Madalina Ghenea e l'incubo dello stalker, l'ex racconta: «Viveva nel terrore»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Davanti al tribunale di Milano, dove è in corso il processo per stalking a carico di una donna di 45 anni, le parole di Leonardo Maria Del Vecchio hanno dipinto un quadro angosciante degli anni trascorsi da Madalina Ghenea sotto la cappa di una persecuzione digitale. L'imprenditore, che dell'attrice romena è stato il compagno e oggi ne è un amico, ha descritto, con una testimonianza che è apparsa subito molto precisa, una condizione di vita insostenibile, segnata da una paura che si insinuava in ogni aspetto della quotidianità. «Viveva nel terrore, era continuamente perseguitata», ha dichiarato, sottolineando come quelle minacce, che giungevano attraverso una moltitudine di profili fake sui social network, avessero conseguenze tangibili e devastanti. C'erano dei giorni, ha aggiunto, in cui la modella «non riusciva neanche a lavorare», un dettaglio che rivela la portata di un'ossessione capace di violare anche la sfera professionale.
L'assedio digitale e le sue conseguenze
L'accusa, sostenuta dalla procura, ritiene che la presunta stalker abbia orchestrato una campagna di molestie meticolosa e prolungata, la quale, iniziata nel 2016, non si limitava a colpire soltanto la Ghenea. L'assedio digitale, secondo quanto emerso, si è infatti esteso alle persone a lei più vicine, coinvolgendo, in una spirale di ansia, anche i registi per cui l'attrice ha lavorato e i suoi partner sentimentali. Una strategia di isolamento che, frammentando i legami personali e professionali, mirava a erodere ogni senso di sicurezza. La stessa modella, al termine dell'udienza, ha confermato la gravità di un'esperienza che l'ha costretta a cambiare le sue abitudini più elementari: «Non potevo più vivere nella mia casa, avevo paura anche di uscire», ha rivelato, tracciando i contorni di un'esistenza ridotta all'essenziale dalla costante percezione di una minaccia.
Una testimonianza per sé e per gli altri
Le dichiarazioni di Del Vecchio in aula, che hanno offerto alla giustizia una prospettiva esterna ma profondamente informata sulla sofferenza patita, si inseriscono in un percorso giudiziario che la Ghenea ha scelto di affrontare con determinazione. La sua presenza costante in tribunale, del resto, non è dettata soltanto dal desiderio di vedere riconosciute le proprie ragioni. Al di là dell'esito processuale, l'attrice ha infatti colto l'occasione per trasformare la sua vicenda personale in un simbolo di una battaglia più ampia. «Questi momenti sono molto importanti, per la mia famiglia, ma anche per tutte le vittime», ha affermato con tono risoluto, poco dopo aver lasciato l'aula. Un impegno che assume un significato particolare se si considera, come lei stessa ha tenuto a specificare, che «anche oggi purtroppo c'è stato un altro episodio che nessuna donna dovrebbe mai vivere».
Il peso di una persecuzione prolungata
La lunghezza temporale delle molestie, protrattesi per diversi anni, costituisce un elemento centrale dell'inchiesta, poiché evidenzia la persistenza e la determinazione dell'autrice delle minacce. L'utilizzo sistematico di identità fittizie online, difficili da rintracciare e da associare a un unico individuo, ha reso ancor più complessa la situazione per la vittima, la quale si è trovata a dover fronteggiare un nemico sfuggente e multiforme. La sensazione di essere sempre osservata, di non avere mai un attimo di tregua, ha finito per condizionare ogni sua scelta, privandola di quella serenità che è il fondamento di una vita normale. La stessa difficoltà a svolgere il proprio lavoro, messa in luce dalla testimonianza, rappresenta forse la conseguenza più eloquente di un disagio che, da virtuale, è divenuto perfettamente concreto.




