Collegno, le 3mila telefonate che hanno inchiodato Nicastri per l'omicidio Veronese
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Redazione Interno
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La notte tra il 22 e il 23 ottobre, a pochi metri dalla sua abitazione in via Sabotino a Collegno, l’imprenditore Marco Veronese veniva accoltellato a morte in un agguato che, solo tre giorni fa, ha trovato il suo epilogo giudiziario con la confessione di Michele Nicastri. L’uomo, un ingegnere informatico di 49 anni la cui figura era lontana dai sospetti, ha raccontato agli inquirenti di aver voluto soltanto parlare con la vittima riguardo all’affidamento dei figli che Veronese condivideva con la sua ex compagna, Valentina, la quale successivamente si è legata sentimentalmente proprio a Nicastri. Quella discussione, tuttavia, degenerò in una furia omicida che ha lasciato sul marciapiede il corpo senza vita dell’imprenditore, colpito da oltre venti coltellate.
L'indizio decisivo dei tabulati telefonici
A costituire, com’è noto, uno dei cardini probatori più solidi dell’accusa sono stati i tabulati telefonici, i quali hanno rivelato una mole di chiamate tanto massiccia quanto significativa. Dalla stessa area in cui era scomparso il furgone, riconducibile al killer e divenuto oggetto delle prime investigazioni, sono partite nell’arco di due anni migliaia di comunicazioni dirette all’ex compagna di Veronese. Quelle tremila telefonate, un fiume ininterrotto di contatti che tracciava una mappa di ossessiva attenzione, hanno permesso di stabilire un nesso decisivo, fornendo alla magistratura la traccia digitale che collegava Nicastri alla vicenda in un modo che andava ben oltre la sua dichiarazione di voler semplicemente discutere.
La custodia cautelare e l'ipotesi della premeditazione
Sulla scorta di tali elementi, il giudice per le indagini preliminari di Torino ha quindi disposto la custodia cautelare in carcere per Michele Nicastri, confermando l’ipotesi di reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. La giudice Beatrice Bonisoli, accogliendo la richiesta della procura, ha sottolineato come il delitto non sia scaturito da un impulso momentaneo bensì da una volontà precisa, maturata nel tempo e sorretta da ragioni che la legge qualifica come futili. Se ne è avuta conferma nel corso dell’udienza di convalida del fermo, durante la quale l’imputato, pur esprimendo il proprio dispiacere e l’amaro rammarico per non poter “tornare indietro”, non ha potuto scalfire la ricostruzione degli accadimenti.
Il ruolo dell'investigatore privato e i pedinamenti
Ulteriori tasselli, che arricchiscono il quadro di indagine senza ancora comporlo interamente, provengono dalla rivelazione di pedinamenti precedenti il fatto. L’ex compagna della vittima ha infatti riferito agli inquirenti di essersi rivolta a un investigatore privato, incaricato di verificare se Veronese avesse “delle brutte frequentazioni” in vista della causa per l’affidamento dei tre figli. Questo dettaglio, che si intreccia con la relazione sentimentale poi nata tra la donna e Nicastri, delinea uno sfondo di tensioni familiari e di controllo, suggerendo come la tragedia possa avere radici profonde in un conflitto per la potestà che ha finito per travalicare ogni limite.




