Virginia, i dem vincono il referendum sui collegi: a Obama bastano 4 seggi per ribaltare la Camera
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La notizia, rimbalzata ieri dalla Cnn e confermata dagli exit poll, racconta di un successo netto per il partito guidato idealmente da Barack Hussein Obama. È stato proprio l’ex presidente, con un messaggio di congratulazioni pubblicato sul suo account ufficiale, a benedire l’esito di una consultazione che molti analisti – a torto – davano per incerta fino all’ultimo. La riforma, che introduce un “redistricting” pesantemente sbilanciato a favore dei democratici, è passata con uno scarto determinante (51,5% di Sì contro 48,5% di No), cancellando di fatto l’influenza che Donald Trump, sceso in campo personalmente per chiedere la bocciatura, aveva provato a esercitare sugli elettroni dell’Old Dominion. La vittoria, tuttavia, è solo l’ultima tessera di un mosaico più grande: quella che i media americani definiscono ormai la “guerra delle mappe”, una rappresaglia istituzionale scatenata mesi fa dai repubblicani in stati chiave come il Texas.
La rappresaglia dei collegi: come la Virginia risponde al gerrymandering repubblicano
La posta in gioco è altissima, se si considera che il controllo della Camera dei rappresentanti è appeso a un filo sottilissimo. I repubblicani, che attualmente guidano l’emiciclo con una maggioranza risicatissima, avevano tentato di blindare il proprio vantaggio agendo unilateralmente in quattro legislature statali a loro favorevoli (Texas, Missouri, Ohio e North Carolina). Quella che Trump considerava una mossa di scacchi a lungo termine, però, ha innescato una reazione immediata nei cosiddetti “blue states”. La California ha dato il via alla controffensiva, ma è il risultato della Virginia a rappresentare il vero spartiacque: qui, i democratici potrebbero strappare fino a quattro seggi ai rivali, ridisegnando gli equilibri di potere in vista del voto di midterm di novembre. La nuova mappa, definita da alcuni critici un “gerrymandering” estremo, garantirebbe ai democratici un vantaggio in dieci degli undici collegi dello Stato, un rovesciamento totale rispetto alla fotografia attuale che vede sei eletti dem contro cinque repubblicani.
La macchina elettorale dem: l’azzardo della Virginia e la débâcle di Trump
Non è un caso che Obama abbia scelto proprio questo stato per lanciare il suo endorsement più acceso. La Virginia, considerata a lungo uno “swing state” dall’identità politica mutevole, sembra aver definitivamente virato verso il blu anche grazie al traino del referendum; si tratta di un fenomeno che la governatrice Abigail Spanberger – eletta con una valanga di voti nel 2025 – ha saputo cavalcare con abilità. Il messaggio dell’ex presidente, che parlava di una presunta intenzione repubblicana di “rubare seggi per truccare le prossime elezioni”, ha fatto breccia in un elettorato storicamente sensibile ai temi della correttezza procedurale.
A pagare il prezzo più alto di questa débâcle è proprio l’inquilino della Casa Bianca. Trump, la cui popolarità permane ai minimi storici (attestata intorno al 33%) e appesantita dall’impopolarità del conflitto in corso con l’Iran, incassa un altro schiaffo politico. La sua capacità di mobilitazione, temutissima durante le campagne elettorali, ha mostrato una crepa preoccupante: né i comizi né gli appelli sul suo social network Truth (“Virginia, vota no per salvare il Paese”, aveva scritto in un messaggio tutto in maiuscolo) sono riusciti a frenare la macchina organizzativa democratica.
Obama e il commento trionfalistico: le parole del leader dem
“Congratulazioni Virginia!”, ha scritto Obama in un tweet che suona come una pietra tombale sulle residue speranze repubblicane di mantenere lo status quo. Un commento, quello dell’ex presidente, che non è sfuggito ai cronisti per la sua carica polemica implicita, soprattutto se letto in parallelo con le dichiarazioni di Hakeem Jeffries. Il leader della minoranza alla Camera, infatti, ha sottolineato come molti dessero per scontato che i democratici si sarebbero “piegati e fatti i morti” di fronte alle manovre del Texas; e invece, “noi abbiamo reagito, e quando loro scendono in basso, noi colpiamo duro”. Il riferimento è diretto alla strategia di lungo corso studiata in California e perfezionata in Virginia, dove la legislatura statale ha lavorato per aggirare le commissioni indipendenti di redistribuzione, restituendo il controllo della mappa al partito di maggioranza in parlamento.
La guerra delle mappe: si moltiplicano i fronti legali
Se i numeri del referendum sorridono ai democratici, il fronte giudiziario è ancora tutto da scrivere. I repubblicani, come era prevedibile, non hanno atteso molto per impugnare la procedura che ha portato al voto: le contestazioni riguardano sia la formulazione tecnica del quesito referendario, sia le tempistiche serrate con cui la riforma è stata sottoposta agli elettori. La Corte Suprema della Virginia è stata chiamata a valutare se la legislatura abbia violato le norme procedurali durante l’iter di approvazione, un caso destinato a fare giurisprudenza in un paese dove la manipolazione dei distretti (il cosiddetto gerrymandering) è una pratica antica quanto la repubblica. Se i giudici daranno ragione al partito di Trump, i quattro seggi riconquistati dai dem potrebbero essere nuovamente messi in palio, gettando nello caos la preparazione delle elezioni di midterm. L’appello alla bocciatura lanciato dallo stesso Trump, in questo contesto, diventa solo un altro tassello di una battaglia che si combatte ormai più nelle aule dei tribunali e nelle cabine elettorali che sui tradizionali palchi dei comizi.




