Morto in silenzio Duilio Poggiolini, il «re Mida» della sanità travolto da Tangentopoli
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Duilio Poggiolini, l’ex direttore generale del servizio farmaceutico del ministero della Salute divenuto tristemente noto come uno dei volti più emblematici dello scandalo di Tangentopoli, è morto cinque anni fa in un silenzio che ha avvolto la sua scomparsa fino a oggi. La notizia, che non era mai trapelata, riporta alla luce una delle figure più discusse e potenti dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, il cui nome fu sinistro simbolo di un sistema corrotto che seppe infiltrarsi profondamente nelle stanze del potere.
Poggiolini, soprannominato non a caso «re Mida» per la sua capacità di muovere ingenti somme di denaro e influenzare le scelte in materia sanitaria, venne travolto – come molti altri – dall’inchiesta milanese di Mani Pulite, che ne portò alla luce il vastissimo retaggio di tangenti e accordi opachi. La sua ascesa e la sua caduta rappresentano, ancora oggi, un capitolo oscuro della storia amministrativa del paese, segnato da un’epoca in cui gli appalti e le convenzioni farmaceutiche erano governati da logiche spietate e spesso criminali.
Assolto, ormai malato e probabilmente già segnato nel corpo e nello spirito, dall’accusa di concorso in epidemia colposa nello scandalo del sangue infetto – un altro dei processi che ne scalfirono pubblicamente l’immagine – non seppe nulla dell’esito definitivo di quel procedimento giudiziario. Visse i suoi ultimi anni lontano dai riflettori, in un oblio che il paese gli aveva già ampiamente riservato dopo la fine della sua parabola pubblica.
La sua storia, che si intreccia inesorabilmente con quella di un’Italia allo sbando, racconta di come il potere possa corrompere e di come la giustizia, seppur con tempi spesso lunghissimi, finisca per raggiungere chiunque. La morte silenziosa di Poggiolini chiude simbolicamente una vicenda umana e giudiziaria che ha lasciato un’impronta profonda, e per molti versi ancora aperta, nella coscienza collettiva.
Robert Redford, la complessità del mondo nel minimalismo di un divo
Robert Redford è stato, per generazioni di europei, molto più di un semplice attore: è stato l’incarnazione di un’America ideale, accessibile e al tempo stesso sfuggente, della quale ci si poteva sentire cittadini onorari più che semplici spettatori. Nessun interprete del vecchio continente – neppure un Alain Delon, pur nella sua indubbia e magnetica sensualità – è mai riuscito a eguagliare la sua capacità di rappresentare, in sé, lo spessore di un intero paese e di un’epoca. Quella stessa America che, molto più dell’Europa, occupava allora il centro assoluto del nostro immaginario collettivo.
«Sono nato con un occhio inflessibile. Guardo una cosa e ne vedo i difetti, cosa potrebbe essere migliorato», confessò una volta Redford in un’intervista a Hollywood Reporter, svelando così il cuore di una personalità artistica capace di racchiudere la complessità del mondo in una forma di minimalismo apparentemente distaccato. Quel che traspare dalle sue parole è una visione profondamente critica, quasi «dark», dell’esistenza e della società in cui è cresciuto, lontanissima dall’ottimismo di facciata che spesso gli veniva attribuito.




