Un socialista musulmano alla conquista di New York: il terremoto politico di Mamdani
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Redazione Esteri
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New York ha una storia lunga e variegata, fatta di sindaci che hanno lasciato il segno, da Thomas Willett, primo magistrato della città nel 1665, a Eric Adams, l’attuale inquilino di Gracie Mansion, democratico ma con simpatie per Donald Trump, oggi presidente degli Stati Uniti, e travolto da accuse di corruzione. Ma nessuno, al suo esordio, aveva suscitato l’attenzione globale come Zohran Kwame Mamdani, il trentatreenne socialista democratico che ha stravinto le primarie del partito, scalzando nomi pesanti come l’ex governatore Andrew Cuomo e altri nove sfidanti.
Nato in Uganda da genitori indiani, musulmano, cresciuto nel Queens e già membro dell’Assemblea di Stato di New York, Mamdani ha costruito la sua campagna su un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, combattere le disuguaglianze economiche e dare voce a un elettorato frustrato, quello che Dan Gerstein, analista politico e stratega della comunicazione, definisce «risvegliato da idee nuove e coraggiose». La sua vittoria, inaspettata per molti, ha scatenato un dibattito che va ben oltre i confini della Grande Mela, riflettendo tensioni e speranze che attraversano l’intero panorama politico americano.
Fin dal suo ingresso in gara, lo scorso ottobre, i tentativi di etichettarlo sono stati molti: socialista, immigrato, asiatico, africano, newyorkese doc. Ma è stato l’aggettivo «musulmano» a dominare il racconto degli avversari, dentro e fuori dal Partito Democratico, e dei media conservatori. Una narrazione che Mamdani ha saputo ribaltare, trasformando quella che poteva essere una vulnerabilità in un punto di forza, parlando senza timore della sua fede e della necessità di una politica inclusiva.
La sua ascesa non è un caso isolato. Se da un lato riflette il malcontento verso una classe dirigente percepita come distante, dall’altro segna un possibile cambiamento nell’equilibrio del partito, con una sinistra che torna a farsi sentire dopo anni di marginalizzazione. Mamdani, che ha basato la sua campagna su proposte come l’espansione del welfare, la tassazione progressiva e i diritti dei lavoratori, ha dimostrato che un’alternativa esiste. E che, almeno a New York, può vincere.




