Milano, il design week tra marketing e trasformazioni urbane

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Che il cuore del Fuorisalone non sia più il design, ma il marketing urbano, è ormai un dato di fatto. Un modello replicato in decine di città nel mondo, capace di ridisegnare – anno dopo anno – la geografia di Milano, influenzando il destino di interi quartieri con una pianificazione che inizia mentre gli allestimenti precedenti finiscono in discarica. L’edizione 2025, con i suoi 1.066 eventi ufficiali e un indotto stimato da Confcommercio in 278 milioni di euro (+5,8% sul 2024), conferma una tendenza inarrestabile: la Design Week non è solo una vetrina per creativi e aziende, ma un motore economico che plasma la città.

Il tema di quest’anno, "Mondi Connessi", ha trovato spazio tanto nei progetti dei grandi brand quanto in quelli delle realtà indipendenti, mentre Vogue Italia ha portato in scena "Shopology: a brief history of fashion retail", un viaggio nell’evoluzione delle boutique curato da Ramdane Touhami. E poi c’è stato lo streetstyle, immortalato dall’obiettivo di Scott Schuman, noto come @thesartorialist, che ha catturato gli outfit più significativi tra i vicoli brulicanti di Brera e Tortona.

Ma se i numeri parlano di successo, resta aperta la questione su quanto tutto questo cambiamento sia sostenibile. La gentrificazione avanza, e l’indignazione sui social – per quanto rumorosa – non basta a fermarla. Quello che emerge, al di là delle passerelle e delle installazioni, è una città sempre più divisa tra chi beneficia della ricaduta economica e chi, invece, ne subisce gli effetti collaterali. Senza contare che, dietro le quinte, il sistema fagocita energie e risorse in modo vorace, lasciando poco spazio alla riflessione critica.

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