Luciano Spalletti e quella Juve «a due facce»: il monito del tecnico dopo il Genoa e il pensiero per Gattuso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sette mesi, né più né meno, eppure la sensazione di chi siede sulla panchina più esposta d’Italia è quella di non aver ancora completamente decifrato l’identità del gruppo che ha ereditato. Al termine della vittoria – sofferta, nonostante il 2-0 finale – contro il Genoa, Luciano Spalletti ha scelto la via della trasparenza più cruda, quel tipo di comunicazione che evita gli alibi per lasciare spazio a una diagnosi impietosa. «Sono qui da sei-sette mesi e non sono ancora certo di quello con cui ho a che fare»: l’ammissione, rilasciata ai microfoni di Sky Sport al termine del match di Pasquetta, pesa come un macigno nell’ambiente bianconero. Non una semplice frecciatolina post-partita, ma la fotografia di una doppiezza che rischia di compromettere la rincorsa alla Champions League. Come si spiega, infatti, un primo tempo di potenza e lucidità – chiuso già sul 2-0 grazie alle reti di Bremer e McKennie – seguito da una ripresa in balia degli avversari, tanto da costringere il rientrante Di Gregorio a un miracolo dal dischetto?.

Spalletti, lo abbiamo imparato a conoscere, non è tipo da mezze misure. Nel suo sfogo c’è la rabbia di chi vede potenzialità tradite da un approccio mentale altalenante, e per fugare ogni possibile scusa legata alla stanchezza post-nazionali è stato fin troppo chiaro: «Non c'è stata nessuna stanchezza, perché ieri e l'altro ieri non ci siamo allenati». La squadra, insomma, ha avuto due giorni di riposo e mezza seduta, e dunque il crollo verticale nella ripresa – definito dal tecnico come una prestazione «in balia della partita» – è semplicemente inaccettabile per chi ambisce a indossare una maglia pesante come quella juventina. È il classico metodo del bastone e della carota che caratterizza i grandi allenatori: l’elogio per i primi quarantacinque minuti («straordinari») diventa un rimprovero pubblico per l’approccio successivo, quasi a voler tenere alta la tensione in vista dello sprint finale. Perché la Juve, ora, non può più permettersi cali: l’Atalanta è dietro l’angolo, e la posta in palio è un posto al tavolo che conta.

L’ombra della Nazionale e il pensiero per Gattuso: «Mi sono messo nei suoi panni»

Se il presente è un cantiere aperto in casa Juve, il pensiero di Spalletti corre inevitabilmente anche al dramma azzurro, un trauma che ancora brucia nonostante il cambio di ruolo. L’eliminazione mondiale rimediata dall’Italia contro la Bosnia, e la conseguente mancata qualificazione a quella che sarebbe stata la terza edizione consecutiva senza gli azzurri, hanno scatenato reazioni a caldo e riflessioni a freddo. Spalletti, che quel ruolo lo ha ricoperto prima di passare il testimone a Gennaro Gattuso, ha confessato senza filtri il suo stato d’animo: «L’ho vissuta malissimo. Giuro che quando è finita la partita mi sono immaginato di essere Gattuso, il primo pensiero è andato a lui».

L’empatia dell’attuale tecnico juventino verso il suo successore nasce da una consapevolezza dolorosa, quella di conoscere il peso specifico di quella panchina e la solitudine che accompagna certe sconfitte. «È una persona perbene, ha sentimento, ha tutte le qualità per essere un top al mondo», ha aggiunto Spalletti, spiegando di essersi detto: “Se fossi stato ancora lì e mi fosse successo a me in quella temperatura, in quello stadio…”. Un modo, il suo, per difendere Gattuso dalle critiche facili e per spostare l’attenzione su un problema strutturale, piuttosto che sull’errore del singolo episodio. La sua analisi, infatti, non si ferma alla cronaca della disfatta, ma allarga lo sguardo a quel dato che pochi vogliono vedere: la carenza di talenti nostrani nel nostro campionato, e la conseguente difficoltà della Nazionale a competere con le potenze mondiali.

La ricetta per il futuro: obbligo di Under 19 in Serie A

Ecco, quindi, che il discorso si sposta dalla panchina della Juve al futuro dell’intero movimento calcistico italiano, con Spalletti che si trasforma in osservatore attento e critico di un sistema che, a suo avviso, non tutela abbastanza i giovani. L’esempio che porta è lapalissiano e scomodo: «In Udinese-Como, su 33 giocatori in campo ce n'erano solo due italiani». Una statistica che grida vendetta e che fotografa una derby ormai fuori controllo, dove lo spazio per i ragazzi del vivaio è un miraggio.

Per ovviare a questo declino, il tecnico lancia una provocazione che non è passata inosservata, una misura quasi rivoluzionaria per il nostro calcio: «Ma se si facesse giocare un Under 19 in Serie A in ogni squadra?» si è chiesto ad alta voce. L’idea, che Spalletti espone con la cautela di chi sa di dire una cosa «che all'estero non fanno», costringerebbe i club a mettere sotto contratto almeno quattro ragazzi under 19 per ruotarli, obbligando di fatto società e osservatori a investire risorse e attenzione sui vivai. «Magari nessuno della Juve, ma ne esce uno dalla Cremonese», ha spiegato, sottolineando che l’obiettivo non è abbassare il livello qualitativo della Serie A, ma alzare quello di una Nazionale che, senza ricambio generazionale, è condannata a guardare i Mondiali in televisione. Il rischio, altrimenti, è continuare a piangere sulle ceneri di un calcio che non sa più crescere i propri campioni.

La corsa Champions e i nodi del rinnovo

Mentre Spalletti si divide tra il tecnico che scuote la sua Juve e il pensatore che cerca soluzioni per il sistema Italia, la società bianconera deve fare i conti con l’urgenza del presente. La vittoria sul Genoa, al netto delle difficoltà del secondo tempo, ha permesso ai bianconeri di accorciare sul Como e tenere il passo per la zona Champions, ma il tecnico di Certaldo sa che il margine di errore è azzerato. Le sue parole dure, quel «non sono ancora certo di quello con cui ho a che fare», assumono i contorni di un messaggio chiaro anche alla dirigenza in vista del prossimo mercato e del futuro del club. La squadra, a tratti, mostra lampi di grande qualità, ma manca ancora quella continuità e quella «cattiveria» necessaria per chiudere le partite senza patemi.

E proprio in questo clima di pressione costante, il pensiero corre al destino del tecnico stesso. Il suo contratto e le voci di un possibile rinnovo sono sullo sfondo, ma la priorità assoluta resta la qualificazione alla prossima Champions League, come del resto hanno ribadito anche i principali quotidiani sportivi. Per ora, l’unica certezza è che Spalletti non regala sconti a nessuno: né ai giocatori, colpevoli di aver mollato il colpo nella ripresa, né al sistema calcio italiano, colpevole di aver dimenticato i propri ragazzi. Se la Juve vorrà tornare a competere per obiettivi ambiziosi, dovrà imparare a essere spietata per novanta minuti interi, senza quelle «due facce» che il suo allenatore continua a vedere e che, puntualmente, segnala con la schiettezza di chi il calcio lo vive da una vita.

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