La croce celtica che non c'era: l'encomio Covid di un giornalista Rai scatenato una polemica politica
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Redazione Interno
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La trasposizione di un dettaglio del tutto personale, un distintivo appuntato al bavero di una giacca, nello scenario di uno scontro politico che dalla commissione parlamentare di Vigilanza Rai è rimbalzato sui social network, ha finito per travolgere, suo malgrado, il giornalista del Tg2 Andrea Romoli. L’oggetto del contendere, o meglio, quel che si riteneva fosse l’oggetto, era una spilla raffigurante una croce celtica – simbolo che, dalla sua origine medioevale e solare, è stato nel tempo assorbito dall’iconografia dell’estrema destra – che Romoli avrebbe ostentato durante un collegamento dalla Farnesina. Un’immagine che ha innescato una reazione a catena, partita da un post dell’eurodeputato del Partito Democratico Brando Benifei e culminata in una nota ufficiale firmata dai capigruppo di Pd, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra, i quali hanno chiesto chiarimenti ai vertici dell’azienda di viale Mazzini circa la presenza in video di quello che definivano un simbolo del nazifascismo.
Peccato, però, che quella spilla non fosse affatto una croce celtica, e la scoperta di cosa rappresentasse realmente ha spostato l’asse della vicenda dal piano della vigilanza politica a quello della figuraccia istituzionale. Il presunto simbolo, ingrandito dalle foto e dai fotogrammi andati in onda, altro non era che un encomio solenne conferito al giornalista, il quale riveste il grado di capitano della Riserva Selezionata dell’Esercito, per l’attività svolta durante l’emergenza pandemica. Una motivazione ufficiale, quella che accompagna il riconoscimento, che parla di “altissimo e incondizionato senso del dovere” e di “straordinaria motivazione al lavoro” prestando servizio presso l’ospedale da campo allestito a Cosenza, dove Romoli operò come ufficiale addetto stampa in un periodo tra i più bui per il Paese. Un’onorificenza, dunque, che nulla aveva a che spartire con simbologie politiche, ma che raccontava invece una storia di impegno civile e professionale.
A ristabilire la verità fattuale è intervenuto prontamente il Comitato di redazione del Tg2, il quale, con una nota che non ha lasciato spazio a interpretazioni, ha precisato la natura del distintivo, sottolineando come lo stesso Romoli si riservasse di valutare azioni in sede giudiziaria a tutela della propria immagine e della propria reputazione. La precisazione del Cdr ha di fatto smontato l’impianto accusatorio costruito nelle ore precedenti, rivelando come l’intera polemica poggiasse su un equivoco visivo, su un’interpretazione affrettata di un’immagine. Una dinamica, questa, che ha sollevato più di una perplessità circa la superficialità con cui, talvolta, vengono gestite certe iniziative parlamentari, capaci di bollare un professionista senza un preventivo e doveroso riscontro dei fatti.
La replica del centrodestra e l’imbarazzo per un atto mancato
Dall’altra parte dello schieramento politico, la reazione non si è fatta attendere, ed è stata per certi versi persino più feroce dell’attacco iniziale. Il presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli, non ha usato giri di parole per commentare l’accaduto, parlando di “cercatori d’odio da strapazzo” che, nel loro accanimento, avrebbero finito per prendere una “drammatica sola”. Un’uscita, la sua, che mirava a sottolineare la paradossalità di una situazione in cui un gesto di servizio verso la collettività, qual è stato l’impegno di Romoli durante la pandemia, veniva scambiato per un’esibizione di simboli legati a ideologie condannate dalla storia. Lo stesso giornalista, interpellato in merito, ha manifestato tutto il suo sconcerto, dichiarando come quell’encomio rappresentasse uno dei momenti più alti e significativi della sua carriera e della sua vita, un riconoscimento ottenuto per aver contribuito, nel suo piccolo, a fronteggiare un’emergenza sanitaria senza precedenti, e ricevuto peraltro in un periodo in cui il governo era guidato da forze politiche oggi schierate all’opposizione.
L’episodio, al di là della sua dimensione quasi paradossale, apre uno squarcio su un clima politico particolarmente teso, dove la caccia al nemico – in questo caso a un presunto simpatizzante dell’estrema destra da colpire nell’opinione pubblica – sembra prevalere talvolta sull’accertamento della realtà. La rapidità con cui alcuni parlamentari hanno sottoscritto una nota di denuncia senza verificare la natura di un oggetto che, pure, era sotto gli occhi di tutti, rischia di gettare un’ombra sulla serietà del lavoro di vigilanza sull’emittente pubblica, trasformando quello che dovrebbe essere un controllo rigoroso in un’arma di lotta politica tra partiti. Una dinamica che finisce per danneggiare non solo il singolo professionista ingiustamente accusato, ma la stessa credibilità delle istituzioni coinvolte.
Un equivoco nato sui social e finito in Vigilanza
La genesi della vicenda, d’altronde, affonda le sue radici nei meccanismi di amplificazione tipici dei social network, dove un’immagine estrapolata dal suo contesto può rapidamente trasformarsi in una notizia virale e, di lì, in un caso politico. Da alcuni post comparsi online, l’equivoco sulla spilla ha fatto rapidamente il giro della rete, trovando terreno fertile in un ambiente politico già polarizzato e pronto a interpretare qualsiasi segnale come una conferma delle proprie tesi. L’approdo in commissione di Vigilanza, quindi, è stato quasi automatico, trasformando un errore di percezione in un atto formale. Un meccanismo, questo, che solleva interrogativi più ampi sul rapporto tra la velocità della comunicazione digitale e i tempi, che dovrebbero essere più ponderati, della dialettica parlamentare.
Ora che la natura del distintivo è stata chiarita, resta la sostanza di un attacco che ha messo ingiustamente alla gogna un professionista, costringendolo a difendere pubblicamente la propria onorabilità e a spiegare il significato di un premio ricevuto per il suo impegno durante il Covid. La vicenda, al netto delle inevitabili schermaglie tra maggioranza e opposizione, lascia l’amaro in bocca per la leggerezza con cui si è tentato di infangare la reputazione di un cronista, confondendo il valore del servizio reso alla comunità con l’ostentazione di un simbolo politico. Una lezione, forse, su quanto sia necessario un supplemento di attenzione e di verifica prima di lanciare accuse che, una volta partite, difficilmente possono essere richiamate indietro con la stessa forza con cui sono state scagliate.
Description: Polemiche per una presunta croce celtica al Tg2. Ma la spilla di Andrea Romoli era un encomio ricevuto per il lavoro durante il Covid. La ricostruzione.




