Olivia Dean, l’amore in scena (e tra i petali) conquista Milano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un istante, prima che il concerto inizi davvero, in cui il rumore della folla si trasforma in qualcosa di diverso. Non è più solo chiacchierio, ma una sorta di attesa collettiva che si carica di elettricità. E quando Olivia Dean è comparsa sul palco di Fiera Milano – circondata dai petali rosa di quell’enorme fiore che ormai è diventato il suo simbolo, quasi fosse l’incarnazione floreale dei suoi testi – l’atmosfera ha subito cambiato registro. La sua unica data italiana, parte del tour europeo “The Art of Loving”, non è stata semplicemente l’inaugurazione della terza edizione di Fiera Milano Live 2026. È stata la prova provata che il neo-soul britannico, almeno nella versione di questa ventisettenne londinese, ha finalmente trovato la sua estetica definitiva.

Era difficile, guardandola muoversi con quel microfono a filo tra le mani, non pensare a un’illustrazione vivente di quegli Anni Venti che ci hanno raccontato i film in bianco e nero. Con un’eleganza che non sfiorava mai la rigidità, Dean si muoveva come se il palco fosse il suo salotto: vestita d’oro, con il vento tra i capelli (un effetto voluto o una magia del tecnico, poco importa) e affiancata da una band in smoking e abito da sera. La sezione fiati, i cori, le chitarre: ogni elemento era al posto giusto, compreso quel pianoforte che ha fatto da spina dorsale ai brani più intimi. D’altronde, se hai vinto il Grammy come Best New Artist e ti sei presa i Brit Awards – compreso quello per il miglior album con “The Art of Loving” – non puoi certo permetterti una serata storta.

E a proposito di quell’album, va detto che il rischio di tradire le aspettative era concreto. “The Art of Loving” è un disco che vive di sfumature, di silenzi e di quelle piccole crepe vocali che Dean usa per raccontare la fragilità. Sul palco di Rho, però, quelle stesse canzoni hanno trovato una muscolarità inaspettata. “So Easy (To Fall in Love)”, che conta centinaia di milioni di stream, dal vivo perde la patina patinata della radio per diventare un inno corale, quasi una dichiarione di intenti generazionale. E poi c’è stato il momento acustico, quella piccola parentesi in cui la mirror ball si è fermata e lei si è seduta con una chitarra: “UFO” risuonava diversa, più intima, regalando a chi era presente quella sensazione rara di assistere a qualcosa di non patinato.

La sorpresa di una platea che non ti aspetti

Curioso, invece, l’errore di valutazione di una spettatrice, sentita mentre si avvicinava all’ingresso, la quale aveva previsto un pubblico omogeneo e per lo più femminile, di bassa statura, per giustificare una migliore visuale. La realtà, ieri sera, si è divertita a smentirla platealmente. Il pubblico era decisamente più eterogeneo di quanto chiunque avesse ipotizzato: un mix di generazioni e generi che ha riempito ogni spazio del Cargo 1, dimostrando come la musica di Dean – quella che parla di amore senza usare mai la retorica stucchevole – sappia abbattere quelle barriere che spesso la discografia moderna costruisce con cura. Non c’era solo la ventenne in cerca di lacrime facili, ma anche chi l’ha accompagnata, magari inizialmente scettico, per poi ritrovarsi a canticchiare “The Hardest Part”.

L’unica data italiana era attesissima, forse anche più di quanto i promoter stessi avessero preventivato. Tanto che il concerto, originariamente pensato per una location più piccola, è stato costretto a traslocare qui, in questo spazio espositivo riconvertito a arena estiva. E se la produzione – firmata Vivo Concerti – ha azzeccato la scaletta, distribuendo i colpi d’ali maggiori (come la travolgente “Dive” o la chiusura con “Man I Need”) nei momenti giusti, è stato Dean a fare la differenza. Non con acrobazie vocali gratuite, ma con quella capacità rara di rendere romantico anche l’asettico contesto di Rho Fiera. Sì, perché basta guardarla: se non canta, sta in mezzo ai fiori (come canta in “I Could Be a Florist”).

Grammy, Brit Awards e quella lezione di stile

La carriera di Olivia Dean, in questo 2026, sembra viaggiare a una velocità sostenuta ma controllata. La consacrazione ai Mercury Prize, il Grammy come artista rivelazione e quella razzia di statuette ai Brit Awards avrebbero potuto trasformarla in un prodotto patinato e distante. Invece, sul palco milanese, è apparsa esattamente per quello che è: una ragazza di origini caraibiche che ha iniziato davanti a settanta persone e ora riempie spazi da sedicimila posti senza mai perdere quello stupore genuino. Lo si vedeva quando, tra un brano e l’altro, si fermava a guardare il pubblico in silenzio, quasi non credesse che quelle canzoni – che parlano d’amore, sì, ma anche di solitudine e di quel casino che chiamiamo vita – possano essere comprese così profondamente anche qui, in Italia.

Musicalmente parlando, la serata è stata un saggio di equilibrio. La sezione ritmica non ha mai prevalso sulla voce, e i fiati sono stati usati con parsimonia, proprio come in un buon piatto dove gli ingredienti non si sovrastano. Ha presentato il gruppo sulle note di “Move on Up” di Curtis Mayfield, un omaggio al soul classico che ha fatto scattare la molla della festa finale. Perché se l’inizio era stato quasi solenne, cinematografico, il finale si è sciolto in un tripudio controllato. “The Art of Loving” non è solo il titolo dell’album, è il manifesto: amare, in questo caso la musica, significa voler vedere l’altro risplendere. E ieri sera, quelle migliaia di persone sono tornate a casa con quella sensazione di essere state, anche solo per un’ora, la parte più bella dello spettacolo.

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