Messi e l'Inghilterra, il segreto è l'aura: l'Argentina vola in finale
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Redazione Sport
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C'era una volta, e forse c'è ancora, un modo di intendere il calcio che sfuggiva a qualsiasi tentativo di catalogazione tecnica e tattica, un modo che si incarnava perfettamente in Diego Armando Maradona e nella sua capacità di sovvertire l'ordine costituito delle cose, anche quando, come noto, quel sovvertimento passava attraverso un gesto tanto discusso quanto geniale quanto quello della mano de dios.
Oggi, a distanza di anni, quel testimone ideale, quel peso specifico che va oltre il semplice talento, sembra essersi trasferito nelle mani, o meglio nei piedi, di Lionel Messi, che però percorre una strada diametralmente opposta per giungere allo stesso identico traguardo, ovvero la vittoria e la consacrazione eterna.
La semifinale dei Mondiali contro l'Inghilterra, vinta dall'Argentina per 2-1 con un gol di Lautaro Martinez giunto al 92º minuto, non è stata solo una partita di calcio, ma un vero e proprio spaccato sociologico, una rappresentazione di ciò che l'albiceleste rappresenta e di ciò che il suo capitano, ormai prossimo al canto del cigno, continua a emanare sul rettangolo verde.
L'aura di Messi e la vittoria oltre il novantesimo
È difficile, se non impossibile, spiegare razionalmente cosa accada quando Messi prende palla e inizia a camminare, quasi a passeggiare, tra le maglie avversarie, perché non si tratta di una mera questione di fisicità o di velocità, bensì di un'aura, una sorta di campo magnetico che attira l'attenzione di tutti e che, al contempo, sembra rallentare il tempo stesso per permettergli di vedere ciò che gli altri non vedono.
Contro l'Inghilterra, e in fondo per tutto questo Mondiale, si è rivista quella capacità di illuminare la scena, di dare la sensazione a chi guarda che, da un momento all'altro, qualcosa di decisivo e imprevedibile stia per accadere, quasi che la partita fosse proiettata in una dimensione parallela dove la sofferenza e l'inseguimento diventano parte integrante del copione verso una finale che sa già di storia.
Se Maradona, come raccontato nel film di Sorrentino, aveva scelto la via dell'umiliazione, dell'astuzia quasi furbesca per piegare l'avversario, Messi ha ottenuto lo stesso risultato, la stessa superiorità, senza bisogno di ricorrere a quelle arti, ma semplicemente esibendo una naturalezza nel giocare che rasenta l'immaterialità, come se il pallone fosse un prolungamento del suo pensiero e la rete un obiettivo scontato, quasi noioso, per chi come lui ha ormai superato ogni confine statistico.
Numeri da record e la festa in Antartide
A certificare questa grandezza, che sembra non conoscere ostacoli né confini geografici, ci sono numeri che fanno letteralmente impallidire qualsiasi confronto con i mostri sacri del passato e del presente: il computo tra gol e assist messi a referto dalla Pulce nei Mondiali ha raggiunto la cifra vertiginosa di 33, di cui 21 reti e 12 passaggi decisivi, con un ruolino di marcia nell'edizione corrente che già di per sé basterebbe a riempire una carriera, avendo contribuito con 12 marcature tra reti e assist.
Per dare un'idea della distanza siderale che lo separa dagli altri interpreti di questa epoca, al secondo posto di questa speciale classifica troviamo Kylian Mbappé a quota 25, mentre al terzo, appaiati, si piazzano due colossi del calcio mondiale come il Ronaldo Nazario e Miroslav Klose, fermi a 19.
E mentre la nazionale argentina consumava la sua ennesima rimonta, la terza ai supplementari dopo Capo Verde e Svizzera e l'ennesima nei minuti di recupero dopo l'Egitto, la festa esplodeva non solo per le strade di Buenos Aires e nelle principali capitali del mondo, ma addirittura in Antartide, dove un isolato tifoso della Selección alla 'Base Esperanza' ha sfidato una bufera di neve per far sventolare la bandiera argentina, in un video che è rapidamente rimbalzato sui social come simbolo di un'entusiasmo che non conosce latitudini.
Il canto del cigno e la dichiarazione di superiorità
Questa Argentina, che sembra aver fatto della sofferenza e della rimonta una cifra stilistica, un marchio di fabbrica che la accompagna in ogni match di questa cavalcata mondiale, ha trovato in Messi non solo il trascinatore tecnico ma anche il faro psicologico, colui che con la sua sola presenza rassicura i compagni e destabilizza gli avversari, come nel caso di una semifinale che l'Inghilterra ha tenuto in pugno per oltre un'ora prima di arrendersi all'evidenza di un destino già scritto.
E se qualcuno aveva osato parlare di un declino, di un'ultima danza, il canto del cigno di Lionel Messi si sta rivelando tutt'altro che un commiato malinconico, configurandosi piuttosto come una dichiarazione di superiorità tecnica e temperamentale che investe tutto e tutti, dalla squadra agli avversari, fino agli spettatori che hanno avuto il privilegio di assistere a questa trasformazione.
La finale è ormai a un passo, ma a guardare le immagini della festa, i volti dei giocatori e la luce negli occhi di chi ha creduto fino all'ultimo secondo, viene da pensare che il viaggio dell'Argentina in questo Mondiale sia già entrato di diritto nella storia del calcio, a prescindere da ciò che accadrà nell'ultimo atto, perché alcune imprese, come l'aura di Messi, non si possono spiegare ma solo contemplare, come si fa con i fenomeni della natura che sfuggono a ogni logica umana.




