Milano, Mahmoud e Ramy: due vite spezzate a pochi mesi di distanza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mahmoud Mohamed, per tutti "Momo", aveva ventun anni quando la sua vita si è spenta nella notte tra il 20 e il 21 maggio, schiantandosi contro un semaforo in via Cassano d’Adda, a Milano. Era partito dalla Libia nel 2016 per ricongiungersi con la madre, Malika, stabilita a Brembate, in provincia di Bergamo, dove la famiglia aveva ancora la residenza. Ma Momo, che da tempo ormai viveva altrove, quella notte si trovava in sella a un Tmax nero quando, incrociata una volante della polizia in viale Ortles, ha accelerato bruscamente. Forse per evitare un controllo, considerando la multa ricevuta a marzo per guida senza patente proprio nel bergamasco.

Sull’asfalto, dopo l’impatto, sono rimasti i fanali divelti, i liquidi fuoriusciti dallo scooter e i segni tracciati col gesso dagli agenti: la sagoma del casco, quella della giacca smanicata nera, il corpo senza vita del ragazzo. La madre, raggiunta dalla notizia all’alba, ha attraversato il cortile urlando "mio figlio, mio figlio", prima di correre verso il luogo dell’incidente, dove ormai non c’era più nulla da fare.

Quella di Momo non è però una storia isolata. A pochi metri dallo stesso quartiere, a Brenta, pochi mesi prima era morto in circostanze simili un suo amico d’infanzia, Ramy Shehata, anche lui ventunenne, anche lui in sella a uno scooter. Le loro esistenze, legate da un’amicizia nata in adolescenza, si sono spezzate quasi in parallelo, lasciando un vuoto tra chi li ricordava per la loro generosità.

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