L'addio a Kety e Mirko, la comunità di Camaiore si stringe nel dolore: «Una ferita che non si rimarginerà»
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Redazione Interno
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Il silenzio opprimente che ha avvolto la Pieve di Camaiore durante i funerali di Kety Andreoni e Mirko Moriconi, interrotto soltanto dal sommesso movimento dei ventagli per lenire il caldo soffocante e dalle urla strazianti di una sorella a cui è stato strappato l’affetto più caro, si è infine spezzato in un lungo, commovente applauso.
Un gesto spontaneo, scaturito dal profondo del cuore di una comunità ferita, per salutare madre e figlio mentre le loro bare uscivano dalla chiesa di San Giovanni Battista e Santo Stefano, domenica 29 giugno, e per stringersi attorno ai loro cari in un abbraccio collettivo che ha cercato di lenire, seppur in minima parte, il dolore di una tragedia che ha sconvolto l'intera Versilia.
La cerimonia funebre ha rappresentato il culmine di giorni di sgomento e smarrimento, durante i quali la comunità ha cercato di elaborare l'indicibile: l'uccisione di Kety, 51 anni, e del figlio Mirko, 24, per mano di chi avrebbe dovuto amarli e proteggerli, il marito e padre Piero Moriconi, oggi rinchiuso nel carcere di Lucca con l’accusa di duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dal vincolo di parentela.
«Non eri tu quello sbagliato»: l'omelia e il messaggio di don Silvio Righi
All'interno della chiesa gremita, dove non è mancata la presenza delle istituzioni come il sindaco di Camaiore Marcello Pierucci e l'assessora regionale Alessandra Nardini, il priore don Silvio Righi ha presieduto una celebrazione che ha saputo coniugare il conforto della fede con una profonda, dolorosa riflessione collettiva.
Nell'omelia, il parroco ha scelto come filo conduttore la domanda che Dio rivolge ad Adamo: «Dove sei?», una domanda antica che, come ha spiegato, riecheggia in tutta la sua drammatica attualità di fronte a un male così grande e incomprensibile. Don Silvio ha parlato di una ferita che non potrà rimarginarsi, una ferita che non colpisce solo la famiglia ma l'intera società, perché la famiglia, ha ricordato, è la prima cellula della convivenza umana, e quando la violenza vi entra, lo scandalo è ancora più grande.
Rivolgendosi idealmente a Mirko, il sacerdote ha pronunciato parole che hanno scosso l'assemblea: «Non eri tu quello sbagliato», un invito a non cercare colpe nella vittima, ma a interrogarsi sulle responsabilità di tutti nell'ascolto e nella vicinanza a chi soffre.
Il dolore della famiglia e il ricordo di una «donna piena di umanità»
Il dolore dei parenti più stretti, distrutti dalla tragedia, era palpabile e ha reso la cerimonia straziante. In prima fila, la sorella di Kety, Jessica Andreoni, si è gettata in lacrime sulla bara, in un gesto di disperazione e di ultimo, impossibile abbraccio, mentre altre figure familiari, come la sorella e il fratello di Kety, cercavano di sostenersi a vicenda in un momento di buio assoluto.
Sopra il feretro di Kety, le sue colleghe della casa di riposo avevano fatto apporre una scritta che la descriveva come «donna piena di dolore e piena di umanità», un ritratto toccante che ne ha tratteggiato la forza e la bontà d'animo anche nella sofferenza.
A dare voce al sentimento di tutti è stata la cugina Rebecca, che ha letto una lettera commovente in cui ha ricordato la zia e il cugino, definendo Mirko come la persona con cui era cresciuta e che avrebbe sempre ricordato per il suo sorriso e la sua voglia di vivere, senza essersi mai vergognato di essere se stesso.
La comunità si interroga e la Procura procede con l'accusa di premeditazione
Al di là del rito funebre, la tragedia ha imposto alla comunità di Camaiore un esame di coscienza collettivo, come sottolineato dallo stesso don Silvio, che ha invitato a non esitare a chiedere aiuto e a costruire una comunità dove nessuno si senta abbandonato. Le parole del parroco, che ha pregato anche per l'autore del gesto affinché la giustizia faccia il suo corso e la misericordia divina raggiunga i cuori più oscuri, hanno riecheggiato in un contesto in cui le indagini della Procura di Lucca procedono spedite.
Il gip Raffaella Poggi ha infatti convalidato il fermo di Piero Moriconi, che rimane in carcere, e la pm Elena Leone contesta all'uomo il duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. Un elemento chiave dell'inchiesta è la confessione resa dall'indagato subito dopo il delitto, quando avrebbe dichiarato di aver pensato di uccidere moglie e figlio già da una ventina di giorni, un'ammissione che per gli inquirenti costituisce la prova della pianificazione dell'omicidio.




