La sentenza di Bari su CasaPound: dodici condanne per la riorganizzazione del partito fascista e l’aggressione del 2018
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Redazione Interno
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Il Tribunale di Bari, nella sua prima sezione penale e sotto la presidenza di Ambrogio Marrone, ha definito il primo grado del procedimento avviato nei confronti di diciassette militanti di CasaPound, emettendo dodici condanne per violazione della legge Scelba e cinque assoluzioni perché gli imputati, per quanto riguarda la contestazione relativa alla ricostituzione del disciolto partito fascista, “non hanno commesso il fatto”. La decisione dei giudici baresi, giunta a oltre sette anni dai fatti contestati, rappresenta la prima applicazione giurisprudenziale, nei confronti di esponenti del movimento di estrema destra, degli articoli 1 e 5 della normativa del 1952 che attua la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione: quella norma, com’è noto, vieta sia la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista sia le manifestazioni esteriori tipiche di quell’ideologia. I dodici imputati riconosciuti colpevoli, tra i quali figura l’allora coordinatore provinciale Giuseppe Alberga, sono stati condannati alla pena – differenziata tra un anno e sei mesi per cinque di loro e due anni e sei mesi per gli altri sette – e alla privazione dei diritti politici per un quinquennio, misura accessoria che incide sulla capacita elettorale attiva e passiva.
La notte del quartiere Libertà e il metodo squadrista
Il capo d’imputazione, sostenuto dall’accusa diretta dal procuratore Roberto Rossi, affonda le radici in una serata precisa, quella del 21 settembre 2018, quando un gruppo di manifestanti antifascisti, di ritorno da un corteo indetto contro le politiche sull’immigrazione dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, venne aggredito nel quartiere Libertà del capoluogo pugliese. Le indagini della Digos, supportate dalla raccolta delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, hanno documentato l’uso, da parte di alcuni militanti di CasaPound, di sfollagente, manubri da palestra, manganelli telescopici e cinture, oltre a calci e pugni, e la condotta venne qualificata negli atti della Procura come “squadrista” e posta in esecuzione, secondo la ricostruzione accusatoria, di un disegno criminoso sorretto dall’ideologia fascista. Tra le vittime dell’aggressione – tutte costituitesi parti civili insieme all’Anpi, a Rifondazione comunista, al Comune di Bari e alla Regione Puglia – figurano l’allora europarlamentare Eleonora Forenza, il suo assistente Antonio Perillo, Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista e Claudio Riccio di Sinistra Italiana, ai quali i condannati dovranno ora corrispondere il risarcimento del danno. Per sette dei dodici, la condanna per lesioni si aggiunge a quella per riorganizzazione del partito fascista; per tutti, invece, è stata esclusa l’aggravante della premeditazione, circostanza che non ha comunque impedito al collegio giudicante di riconoscere la natura politica e organizzata dell’azione collettiva.
I nomi dei condannati e degli assolti e l’attesa per le motivazioni
La sentenza, il cui dispositivo è stato letto in aula alla presenza del segretario nazionale di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo e di alcuni dei danneggiati, ha individuato con precisione i responsabili: oltre al già citato Alberga, sono stati condannati Antonio Caradonna, Paolo Antonio De Laurentis, Martino Cascella, Marcello Altini, Fabrizio De Pasquale, Ciro e Rocco Francesco Finamore, Roberto Stivali, Giacomo Pellegrini, Domenico Totaro e Ilario Mazzotta; questi ultimi sette, in particolare, hanno ricevuto la condanna anche per le lesioni personali. Assolti, invece, Matteo Verdoscia, Saverio Desiderato, Domenico Macina, Lucia Picicci e Patrizia De Anna, per i quali l’accusa di aver partecipato alla riorganizzazione del partito fascista non ha trovato riscontro probatorio sufficiente. I giudici depositeranno le motivazioni dell’articolata decisione entro i prossimi novanta giorni, termine dal quale si potranno comprendere appieno le argomentazioni giuridiche che hanno portato a qualificare le condotte dei dodici militanti – e non quelle di altri cinque imputati – come integranti la fattispecie penale della legge Scelba: una fattispecie, va ricordato, che non richiede necessariamente la ricostituzione formale del vecchio partito fascista, ma punisce anche associazioni o movimenti che perseguono finalità antidemocratiche attraverso l’esaltazione o l’uso della violenza politica, la denigrazione della democrazia e dei valori della Resistenza o la propaganda razzista.
La reazione parlamentare e la richiesta di scioglimento
All’indomani della diffusione del dispositivo, nell’aula della Camera dei deputati alcune forze di opposizione hanno immediatamente sollecitato un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al quale è stato chiesto di procedere allo scioglimento dell’organizzazione e allo sgombero dell’immobile di proprietà statale che CasaPound occupa a Roma. Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, prendendo per primo la parola, ha sostenuto che la sentenza barese abbia definitivamente chiarito la natura fascista del movimento e che non possano sussistere ulteriori margini di ambiguità; identica istanza è stata avanzata dal democratico Roberto Morassut, secondo il quale CasaPound, a seguito della pronuncia giudiziale, sarebbe da considerarsi formalmente una organizzazione illegale e anticostituzionale, e dal pentastellato Alfonso Colucci, che ha sollecitato il governo a non attendere oltre. L’esecutivo, per il momento, non ha assunto iniziative in tal senso e il ministro Piantedosi non ha ancora risposto alla richiesta di riferire in Parlamento; la discussione, infatti, si inserisce in un quadro politico già segnato da recenti tensioni in materia di ordine pubblico e gestione delle occupazioni, come dimostrato dall’informativa tenuta dallo stesso titolare del Viminale sugli scontri di Torino, nel corso della quale le opposizioni avevano criticato l’atteggiamento del governo nei confronti delle sedi dei movimenti di destra radicale.




