Belve, pagelle da fine stagione: Romina Power lacrime e ricordi, Elena Santarelli belva vera

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si chiude un’altra annata di interviste graffianti nel salotto buono di Rai 2, quella che Francesca Fagnani ha voluto archiviare con un trittico di ospiti capace di mischiare generazioni, tormenti e ritorni inaspettati. L’appuntamento del 28 aprile, lo si è capito fin dalle prime battute, aveva il sapore di una cena di gala dove nessuno dei commensali parlava la stessa lingua – se non quella, appunto, della conduttrice che teneva il guinzaglio cortissimo – e dove ciascuno ha portato in dote un pezzo della propria vita pubblica e privata. Romina Power, in attesa dell’invito da sei anni (un lasso di tempo che per chi vive di televisione equivale a un vero e proprio giubileo), ha ottenuto il punteggio più alto, un 9 che profuma di catarsi più che di semplice performance. Di fronte alle telecamere, ha lasciato scorrere un fiume di ricordi sommersi: dall’adolescenza ribelle nella Londra degli anni Settanta, tra esperienze lisergiche che – come ha confessato apertamente – “l’Lsd cancella la memoria”, fino alla dichiarazione dolorosa e solitaria secondo cui, dopo Al Bano, non avrebbe più amato. Un’intervista che ha fatto piangere, la sua: non tanto per effettismo, quanto per la cruda trasparenza di una donna che ha scelto di non proteggersi più dietro l’immagine patinata del successo.

Il peso di un’assenza che non si richiude

A rendere quella serata ancora più densa, inevitabilmente, è stato il rimando costante – seppur mai gridato – alla vicenda di Ylenia Carrisi, la primogenita di Al Bano e della stessa Romina, scomparsa a New Orleans tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994. Nata a Roma il 29 novembre 1970, Ylenia Maria Sole Carrisi non ha mai smesso di abitare i pensieri della madre, la quale ha sempre sostenuto – lo ha ribadito con la consueta fermezza – di ritenerla ancora viva da qualche parte. Un dolore che non si è mai attenuato, e che durante la puntata è affiorato in controluce, senza bisogno di scene madri. La Fagnani, abilissima nel dosare la pressione, ha lasciato che fosse la stessa Power a decidere dove fermarsi, e il risultato è stata una lezione di equilibrio tra pudore e necessità di testimonianza. Non un processo pubblico, non una ricostruzione giornalistica: solo il racconto frammentato di una maternità interrotta che continua a rigenerare la propria domanda senza risposta.

Santarelli e il lanciafiamme in borsa: un’altra bestia

Dall’altra parte del tavolo, o meglio del divanaccio nero che fa da palcoscenico alle confessioni, Elena Santarelli ha portato un’energia diametralmente opposta. Se Romina incantava nella malinconia, la showgirl e conduttrice è arrivata col lanciafiamme direttamente in borsa, conquistandosi un solido 8 e l’appellativo di “vera belva” della serata. La sua forza non è stata nel pianto – ce n’è stato anche, ma gestito diversamente – quanto nella capacità di ribaltare le aspettative sui codici del programma. Niente abiti da sera scintillanti o completi sartoriali, quelli che solitamente popolano lo studio della Fagnani: Santarelli ha scelto la via della sottrazione, insegnando a modo suo come indossare un comunissimo top bianco a fascia. Un gesto che è parso quasi una dichiarazione tacita di stile, dove la semplicità diventa scudo e al tempo stesso trincea. Le sue risposte, taglienti ma mai gratuite, hanno dimostrato come si possa essere belve anche senza ruggire, e come a volte basti davvero poco per fare una tacita dichiarazione di presenza scenica.

Da Vinci, il democristiano che viene da Sanremo

A chiudere il cerchio, con un 6,5 che sa poco più di sufficienza politica, c’era Sal Da Vinci. Fresco di trionfo al Festival di Sanremo 2026 (un’edizione che già lo vede proiettato verso l’Eurovision), il cantante ha portato in studio la solidità di chi ha appena vinto e forse ancora non ha smaltito l’adrenalina. Eppure, nel contesto di due donne così esplosive a modo loro, il suo profilo è apparso più dimesso: la critica degli spettatori più agguerriti lo ha definito “democristiano”, epiteto che nel lessico di Belve equivale a dire elegante ma prevedibile, misurato fin quasi al limite dell’autocensura. Non che mancassero gli spunti – il successo sanremese, il peso del cognome, la pressione della kermesse europea – ma la sua interpretazione è sembrata quella di chi teme di rompere un incantesimo appena costruito. La conduttrice, dal canto suo, ha tentato di scardinarlo con qualche domanda affilata, ma senza riuscire a farlo uscire completamente dal guscio. Resta il fatto, però, che tre mondi così distanti (il dolore cronico di una madre, la grinta stilistica di chi si reinventa, la prudenza di chi ha appena vinto) abbiano trovato un terreno comune solo grazie alla regia serrata della Fagnani. Che è poi l’unica vera regola di questo gioco: puoi arrivare con la tua storia, ma a manovrare i fili è sempre e soltanto lei.

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