La Corte d’Assise di Novara condanna Edoardo Borghini a undici anni per l’omicidio del figlio Nicolò

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha dovuto attendere oltre un anno, il 64enne Edoardo Borghini, per conoscere la decisione dei giudici popolari della Corte d’Assise di Novara, che nel tardo mattino di oggi, venerdì 6 marzo 2026, hanno emesso la sentenza di primo grado per l’omicidio del figlio Nicolò, il trentaquattrenne ucciso la sera del 19 gennaio 2025 con due colpi di fucile nella villetta di famiglia situata a Ornavasso, nel cuore del Verbano-Cusio-Ossola. La pena inflitta, undici anni di reclusione, si discosta in maniera significativa – di fatto dimezzandola – dalla richiesta formulata dalla Procura di Verbania, che per l’imputato aveva sollecitato una condanna a ventidue anni.

Il sostituto procuratore Laura Carrera, titolare dell’inchiesta, aveva delineato un quadro accusatorio basato sull’omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela, ma i giudici, presieduti da due togati e affiancati da sei giudici popolari, hanno operato una valutazione differente delle circostanze che portarono alla tragedia. Hanno infatti riconosciuto la prevalenza delle attenuanti generiche e, elemento cruciale, l’attenuante della provocazione, una combinazione che ha radicalmente ridimensionato il peso della richiesta punitiva avanzata dall’accusa. L’uomo, difeso dall’avvocato Gabriele Pipicelli, aveva chiesto di essere ascoltato prima del verdetto, rendendo una dichiarazione spontanea nella quale, pur chiedendo perdono al figlio, ribadiva di aver agito in quella che descrisse come una “sera di terrore” con l’intento di difendere la moglie e non con la volontà di uccidere.

La ricostruzione di quella domenica sera e la furia del figlio

Per comprendere il ragionamento che ha condotto i giudici a questa decisione, occorre tornare alla dinamica di quella domenica sera, ricostruita minuziosamente nel corso del dibattimento attraverso le testimonianze, i rilievi dei carabinieri del Ris di Parma e le dichiarazioni dello stesso Borghini. Nicolò era rientrato nell’abitazione di famiglia dopo aver trascorso il pomeriggio in tre diversi bar della zona, e le analisi tossicologiche effettuate sul suo ne avrebbero poi certificato un tasso alcolemico elevatissimo, pari a circa 2,5 grammi per litro, una condizione che secondo gli esperti è spesso associata a stati di forte disinibizione e aggressività. Il pretesto del litigio, come emerso dalle indagini, fu apparentemente banale: il portone del garage era chiuso.

Da lì la situazione degenerò rapidamente. Nicolò, secondo quanto raccontato in aula dal padre e poi parzialmente confermato da altri familiari, si scagliò contro la madre, la moglie di Edoardo Borghini. La prese per il collo, le sbatté ripetutamente la testa contro la parete e arrivò a morderle un braccio. L’imputato, nel corso del suo interrogatorio, aveva descritto quei momenti con partecipazione emotiva, riferendo le grida di aiuto della moglie – “Edoardo, aiuto, questa volta ci ammazza” – un grido che riecheggiava nel tentativo di fuga dei due coniugi prima verso la cantina e poi, risaliti per timore dell’incolumità della cognata disabile rimasta nella sua stanza, di nuovo nel corridoio dove avvenne lo scontro fatale.

Le attenuanti e il contesto di violenza pregressa

Un peso specifico, nella determinazione della pena e nel riconoscimento delle attenuanti, lo hanno avuto le numerose testimonianze emerse nel corso delle udienze, che hanno dipinto il ritratto di un giovane dal carattere tutt’altro che semplice e, soprattutto, di un clima familiare logorato da anni da tensioni e richieste economiche. Durante il processo, la difesa ha portato in aula tre donne che avevano avuto relazioni sentimentali con Nicolò Borghini, tutte concordi nel riferire episodi di violenza e prepotenza subiti. Una di loro aveva sporto denuncia per lesioni, procedimento poi conclusosi con un risarcimento; un’altra per minacce e violenze sessuali, con un esito processuale misto tra condanna e assoluzione; una terza, infine, per maltrattamenti e atti persecutori, un fascicolo che si è chiuso senza definizione proprio a causa della morte del trentaquattrenne.

A queste deposizioni si sono aggiunte quelle di alcuni familiari, tra cui un cugino che aveva testimoniato già nelle fasi preliminari del processo, il quale aveva sottolineato come i genitori di Nicolò si fossero “fatti in dodici” per lui, sobbarcandosi debiti e continuando a sostenerlo economicamente nonostante fossero in pensione e dovessero persino tornare a fare lavoretti per far fronte alle spese. La stessa Procura, nella sua richiesta di giudizio immediato, aveva del resto documentato la ferocia dell’aggressione subita dalla madre, riportando nella scheda di soccorso lesioni quali ecchimosi all’orbita, un morso all’avambraccio e segni di sangue coagulato sul collo, elementi che deponevano per una violenza fisica di una certa intensità. La moglie dell’imputato, pur non costituendosi parte civile, aveva in parte ridimensionato l’aggressività del figlio, un elemento che la corte ha evidentemente valutato all’interno di un quadro probatorio complesso ma che, alla fine, ha portato a riconoscere come la reazione del padre fosse maturata in un contesto di provocazione e in un clima di tensione tale da giustificare, agli occhi dei giudici, una derubricazione di fatto del peso penale dell’omicidio.

Le motivazioni che hanno sorretto il dispositivo di condanna, con i giudici che hanno ritenuto le attenuanti talmente rilevanti da prevalere sull’aggravante del vincolo di parentela, verranno depositate in cancelleria nei prossimi quindici giorni, offrendo allora piena luce sulle ragioni di una sentenza che ha diviso la richiesta dell’accusa in due tronconi quasi perfetti. Per Borghini, che aveva già trascorso tre giorni in carcere subito dopo i fatti per poi ottenere gli arresti domiciliari ospite di un parente, si apre ora la fase delle motivazioni e della possibile valutazione, da parte dei suoi legali, di un appello.

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