Omicidio all’Alessandrino, il sedicenne fermato: la chiamata al 112 e i deliri prima del massacro
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Redazione Interno
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La prima chiamata arriva alle nove di sera, il fiato del sedicenne è corto e la voce tremante quando compone il numero unico di emergenza: «Servono i soccorsi, mia madre vuole obbligarmi a bere birra». Una richiesta di aiuto che si rivelerà falsa, un grido che già preannuncia un disagio profondo, ma che, tuttavia, viene presa in carico dagli operatori del 118. L'ambulanza arriva in via del Grano, nel cuore del quartiere Alessandrino, alla periferia est di Roma, e il ragazzo viene accompagnato in ospedale per un accertamento.
Quella notte, però, non è che l'antipasto di una tragedia che si consumerà nello spazio breve e spietato di poche ore, un arco temporale che trasformerà un'appartamento al primo piano in un mattatoio domestico.
Sono passate meno di ventiquattr'ore da quel primo intervento quando, nella tarda mattinata di domenica, la seconda chiamata al 112 squarcia il silenzio del palazzo. Stavolta la voce del ragazzo è diversa, più cupa, e le parole che pronuncia gelano il sangue dell'operatore: «Venite, l'ho picchiata, forse è morta».
Gli agenti della polizia di Stato arrivano sul posto e lo trovano in casa, seduto o in piedi, con la maglietta ancora sporca di sangue, il corpo della madre, Gloria A., cinquant'anni, disteso a terra senza vita. Il ragazzo, che aveva compiuto da poco sedici anni, non oppone resistenza; viene accompagnato in caserma e poi trasferito in un reparto di psichiatria di un ospedale romano, dove attualmente si trova piantonato, in attesa di ulteriori accertamenti sulla sua capacità di intendere e di volere.
La falsa accusa e il dramma familiare
Il primo episodio, quello della chiamata per la birra, getta una luce sinistra sulle dinamiche familiari della vittima e sul suo rapporto con il figlio. Un'accusa falsa, quella di essere costretto a bere alcolici, che suona però anche come una richiesta di aiuto disperata, forse un tentativo di allontanarsi da un contesto che il ragazzo percepiva come oppressivo. I vicini di casa, ascoltati dagli inquirenti, dipingono il ritratto di una madre single, Gloria, che aveva cresciuto il figlio da sola, circondandolo di attenzioni e affetto, tanto da chiamarlo affettuosamente "bambolotto".
Ma qualcosa, nell'ultimo periodo, si era rotto; il ragazzo era cambiato, il suo sguardo si era fatto più cupo e il fisico palestrato, che aveva attirato l'attenzione dei condomini, nascondeva una fragilità che nessuno aveva saputo intercettare.
Un vicino di casa, affacciato alla finestra, ha raccontato di aver visto il ragazzo parlare con gli infermieri del 118 la sera prima del delitto, mentre veniva caricato sull'ambulanza. «Sembrava tranquillo, non smetteva di raccontare. Quello che diceva però non lo so. E non aveva sangue addosso», ha dichiarato l'uomo, descrivendo un'immagine che stride con l'orrore che si sarebbe consumato poche ore dopo.
Un'altra condomina dello stesso stabile ha ricordato la scena come una tragica fotocopia: il ragazzo che parlava con la madre e con gli infermieri di un'altra ambulanza, prima di essere portato in ospedale. Un viavai di mezzi di soccorso che, con il senno di poi, appare come il presagio di un epilogo inevitabile.
Il racconto del fermo e lo stato confusionale
Negli interrogatori successivi al fermo, il sedicenne ha mostrato uno stato d'animo che gli investigatori faticano a definire. Nessun pentimento, soltanto deliri e frasi sconnesse che rivelano un profondo disagio mentale. «Volevo stare lontano, non volevo dormire con lei quella sera», avrebbe detto agli inquirenti, un'affermazione che lascia intendere un rifiuto della vicinanza fisica con la madre, forse legato a un episodio specifico, forse a un turbamento più generale.
Il ragazzo, che per motivi di riservatezza è stato identificato con un nome di fantasia, Federico, indossava una maglietta e un paio di jeans quando è stato sentito, e i vicini lo descrivono come un bel ragazzo, fisico atletico, capelli castani e sguardo intenso, ma appariva lucido e al tempo stesso in stato confusionale, un misto di consapevolezza e distacco dalla realtà che ha spinto i periti a stilare tre diverse relazioni psichiatriche.
Queste perizie, depositate agli atti, sembrano confermare la presenza di problemi di natura psichiatrica tali da rendere incompatibile la permanenza del minore all'interno di una struttura detentiva per minorenni. L'eventuale incapacità di reggere il giudizio, se accertata, potrebbe aprire scenari processuali complessi, con la possibilità di un rinvio a giudizio solo dopo un periodo di cure obbligatorie.
La procura minorile di Roma, che coordina le indagini, sta cercando di ricostruire con precisione le ultime ore di vita di Gloria, i rapporti con il figlio e il momento esatto in cui la lite è degenerata in violenza mortale. La scena del crimine, già rilevata dalla polizia scientifica, custodisce ancora molti segreti, ma le dichiarazioni del ragazzo e le testimonianze dei vicini disegnano già un quadro di profonda inquietudine.
Le indagini e la ricostruzione della notte
Gli inquirenti stanno ora scandagliando ogni minuto delle dodici ore che separano la prima chiamata al 118 dall'omicidio. Si cerca di capire se il ragazzo sia stato dimesso dall'ospedale troppo presto, se la sua condizione fosse stata sottovalutata dal personale sanitario o se, al contrario, il suo stato di agitazione fosse rientrato per poi riacutizzarsi in modo violento una volta tornato a casa.
La seconda telefonata al 112, quella in cui ammette di aver picchiato la madre, è considerata un elemento cardine dell'indagine, perché rivela una lucidità nel chiedere aiuto che stride con il racconto confuso e delirante successivo. Il ragazzo sembrava cosciente dell'atto compiuto, tanto da dichiarare che la donna era forse morta, ma al tempo stesso non sembrava in grado di elaborare il lutto o di provare rimorso, un cortocircuito emotivo che alimenta le ipotesi di un grave squilibrio mentale.
Il quartiere dell'Alessandrino, un'area popolare e vivace della periferia est, è sotto shock per un delitto che ha rotto l'ordinaria routine di un palazzo di via del Grano. I vicini, che vedevano il ragazzo crescere e la madre occuparsi di lui con dedizione, faticano a credere che quel "bambolotto" possa aver alzato le mani contro la propria genitrice.
La procura sta valutando le posizioni di eventuali testimoni e sta raccogliendo i referti medici per tracciare un profilo il più completo possibile del sedicenne, mentre l'udienza per la convalida del fermo si avvicina e con essa la decisione sul suo destino giudiziario, che potrebbe essere segnato tanto dal carcere quanto da un percorso di cura forzata.
La tragedia di Gloria è una delle pagine più cupe di questa estate romana, che lascia più domande che risposte sullo stato di salute mentale dei giovani e sulla capacità delle istituzioni di intercettare i segnali di un disagio che, troppo spesso, sfocia in violenza inaudita.
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