Hegseth apre al negoziato con Teheran: "L'Iran si sta muovendo nella nostra direzione"

Hegseth apre al negoziato con Teheran: L'Iran si sta muovendo nella nostra direzione
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   SINGAPORE. La tregua che dallo scorso aprile tiene lontani dal baratro Stati Uniti e Iran appare destinata a diventare il punto di partenza per qualcosa di più strutturato, perlomeno stando alle dichiarazioni rilasciate dal segretario alla Difesa americano Pete Hegseth a margine dello Shangri-La Dialogue.

Il summit di Singapore, che tradizionalmente funge da termometro per le tensioni geopolitiche nell'area Indo-Pacifico, è stato il palcoscenico scelto per un aggiornamento di segno apparentemente positivo: i colloqui sul programma nucleare di Teheran procedono in modo “produttivo”, tanto che il governo della Repubblica Islamica “si starebbe muovendo proprio nella direzione” indicata dalla Casa Bianca.

Una dichiarazione che, calata nel clima di cautela che aleggia tra i diplomatici, pesa come una pietra miliare in attesa di essere ufficializzata.

La "pazienza" di Trump e lo spettro di una ripresa delle ostilità

Non bisogna però lasciarsi ingannare dalla distensione lessicale. Hegseth, parlando a una manciata di giornalisti, ha volutamente accostato la volontà di trovare un'intesa a una minaccia implicita tanto cristallina quanto inquietante.

Il presidente Donald Trump, ha spiegato il capo del Pentagono, “è disposto ad avere pazienza” ma è pronto a cambiare registro nel giro di un istante.

La sua amministrazione, dal canto suo, ha le spalle coperte: le scorte di armamenti – sia quelle di qualità “standard” che quelle più sofisticate – sono “più che adeguate” per riprendere le ostilità, non solo in Iran ma “in qualsiasi altra parte del globo”.

Una posizione, questa, che ribadisce la dottrina del “parlare dolcemente portando con sé un grosso bastone” (concetto che Hegseth stesso ha riproposto in altre sessioni dell’incontro asiatico), pur in un contesto in cui il presidente Trump ha già avvertito che accetterà “solo un ottimo accordo” per la sicurezza mondiale e, ovviamente, per gli interessi di Washington.

Un negoziato su due binari: Hormuz e le scorie nucleari

Nella delicatissima partita a scacchi che si gioca tra i plenipotenziari, gli ostacoli principali restano due e nessuno dei due è di facile soluzione.

Da un lato c’è lo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta rilevante del petrolio mondiale – la cui gestione è tornata al centro della disputa dopo le recenti tensioni marittime; dall’altro, il nodo scottante del programma nucleare.

Se Washington chiede lo smantellamento delle scorte di uranio altamente arricchito e la rinuncia definitiva alla bomba, Teheran – nonostante le aperture riferite da Hegseth – non ha ancora ufficialmente allentato la morsa sulle sue richieste. Secondo quanto trapelato da fonti vicine ai tavoli che hanno discusso una proroga di 60 giorni della tregua, gli iraniani non avrebbero alcuna intenzione di trasferire il loro materiale sensibile a intermediari o paesi terzi.

La tensione, in questo senso, è palpabile: la tregua è fragile, l’intesa è “vicina” secondo indiscrezioni, ma non ancora ratificata; la palla, insomma, rimbalza ancora nel campo di chi dovrà decidere se allentare le sanzioni in cambio della smilitarizzazione della rotta.

La calma apparente di Teheran e il cantiere di un accordo storico

Dall’altra parte dello scacchiere, Teheran osserva e trattiene il fiato. Sebbene Hegseth dipinga un quadro di arrendevolezza strategica (“sanno dove devono andare”), la realtà interna alla Repubblica Islamica è molto più sfumata e piena di cautele.

L’attesa per la firma di Donald Trump sull’estensione della tregua (un documento che dovrebbe garantire altri due mesi di cessate il fuoco e la riapertura dei canali diplomatici) tiene banco tra le autorità locali, che negano però ufficialmente di aver già posto il proprio sigillo su un memorandum definitivo.

Una fonte vicina ai negoziatori ha infatti rivelato che il testo bozza è ancora in discussione, nonostante i “segnali” di distensione.

Resta il fatto che, se dovesse concretizzarsi, questo sarebbe il primo vero passo formale dopo 47 anni di ostilità aperte o striscianti; Hegseth, nel ribadire la fermezza del suo capo, ha voluto ricordare ai presenti che “solo un presidente” (Trump, ovviamente) è stato finora disposto a “mettersi in gioco” fino a questo punto per fermare la corsa alla bomba di Tehran.

Parole che, a Singapore, hanno il sapore di un avvertimento sia per gli iraniani, sia per gli alleati europei e asiatici che temono un’escalation fuori controllo.

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