Il Rubin Observatory accende i sensori: 800mila alert in una notte per una nuova mappa dell’universo in movimento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La notte del 24 febbraio, qualcosa è cambiato, e in fretta, nel modo in cui l’umanità osserva il cosmo. Arroccato sulle Ande cilene, a quasi tremila metri di quota, il Vera C. Rubin Observatory ha diffuso i suoi primi alert scientifici ufficiali, un numero impressionante se si considera che si tratta soltanto dell’inizio: ottocentomila notifiche automatiche generate nel corso di una singola sessione di osservazione. Non è, però, soltanto una questione di quantità, per quanto il dato lasci già intravedere le potenzialità future della strumentazione. Il dato sostanziale, qui, è un altro e riguarda la natura stessa dell’indagine astronomica che ci apprestiamo a vivere. Ogni 40 secondi, infatti, la fotocamera digitale più grande mai costruita dall’uomo – un sensore da 3200 megapixel – cattura una nuova porzione di volta celeste, e i dati, viaggiando in pochi secondi dal deserto di Atacama fino ai centri di elaborazione in California, vengono sottoposti a un confronto serrato con le immagini di reference della stessa area.

Il meccanismo, in apparenza semplice, cela una complessità tecnica che è bene sottolineare: un software dedicato sottrae l’immagine appena acquisita da quella di riferimento e, dove emerge una differenza, scatta l’allarme. E quel che è cambiato, nel corso di queste prime ore di attività effettiva, è già stato catalogato. Troviamo, nei flussi di dati resi pubblici, il segnale di supernove colte probabilmente nelle fasi iniziali del loro travaglio, il variare imprevedibile di stelle giovani e turbolente, l’attività dei nuclei galattici e, restando molto più vicini a noi, lo sfrecciare di asteroidi all’interno del Sistema solare. L’obiettivo, peraltro, non è fermarsi qui: a regime, quando il programma decennale noto come Legacy Survey of Space and Time (LSST) entrerà nel vivo entro la fine dell'anno, il sistema dovrà gestire e smistare fino a sette milioni di alert ogni notte.

Il ruolo dell’Italia e la sfida dei broker

Un’impresa di questa portata, com’è ovvio che sia, non potrebbe reggersi sullo sforzo di un singolo paese, e in questa fase di rodaggio emerge con chiarezza il contributo dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). I ricercatori italiani, inseriti a vario Titolo nelle collaborazioni scientifiche internazionali che fanno capo a Rubin, non si limitano a osservare passivamente lo spettacolo. C’è, per esempio, chi si occupa di studiare la variabilità degli oggetti giovani, quei fenomeni rapidi e difficili da intercettare che richiedono un monitoraggio continuo e che, fino a ieri, sfuggivano spesso alle reti osservative tradizionali. Altri ricercatori, invece, sono impegnati sul fronte della cosiddetta “scala delle distanze”, utilizzando stelle variabili come le Cefeidi per raffinare le misure cosmiche, mentre un gruppo dell’Università Statale di Milano fornirà un contributo specifico con migliaia di ore di osservazione al VLT Survey Telescope per studiare i ritardi temporali nelle lenti gravitazionali.

Ma il nodo cruciale, una volta che il flusso di alert diventerà una valanga quotidiana, sarà quello della gestione del dato. Non si tratta soltanto di ricevere notifiche, ma di interpretarle in tempo reale, e qui entrano in gioco le piattaforme software note come broker. Si tratta, per intenderci, di veri e propri cervelli elettronici che utilizzano algoritmi di apprendimento automatico per filtrare, classificare e smistare gli allarmi verso i team scientifici più adatti a seguirli. Senza questo passaggio, gli astronomi rischierebbero di essere sommersi da un’onda d’urto informativa tale da paralizzare qualsiasi capacità di reazione. I broker, invece, consentono di individuare con rapidità gli oggetti di effettivo interesse scientifico, siano essi supernove da seguire spettroscopicamente o asteroidi potenzialmente pericolosi di cui calcolare con urgenza la traiettoria.

Il cielo come non lo avevamo mai visto

C’è un aspetto, in questa nuova macchina scoperta, che merita una riflessione ulteriore. Fino a ieri, la maggior parte delle indagini astronomiche producevano mappe statiche, fotografie istantanee di un cosmo che appare immutabile ai nostri occhi. La realtà, invece, è ben diversa e molto più movimentata. Il cielo notturno brulica di eventi: esplosioni, collisioni, variazioni di luminosità, corpi che si spostano. La differenza sostanziale, oggi, sta nella capacità di catturare questa dinamica in presa diretta, trasformando l’astronomia in una scienza che non si limita più a registrare, ma che può anticipare e coordinare osservazioni di follow-up mirate. Il fatto che gli alert vengano diffusi pubblicamente nel giro di due minuti dall’acquisizione significa che qualsiasi telescopio, sulla Terra o nello spazio, può potenzialmente puntare verso la stessa regione celeste per studiare l’evoluzione di un fenomeno mentre questo sta ancora avvenendo.

L’infrastruttura, del resto, è stata pensata fin dall’inizio per questo scopo: creare un filmato time-lapse dell’universo della durata di un decennio, dove ogni fotogramma è più ricco di dettagli di qualsiasi scatto precedente. Nel solo primo anno di operatività piena del programma LSST, le previsioni indicano che Rubin catalogherà un numero di oggetti superiore a quello raccolto da tutti gli osservatori ottici della storia messi insieme. Numeri che danno le vertigini, e che pongono anche interrogativi nuovi sulla natura delle scoperte che ci attendono. Perché, se da un lato è ragionevole attendersi conferme e dettagli inediti su fenomeni già noti, dall’altro è lecito aspettarsi che, setacciando il cielo con questa frequenza e questa sensibilità, emergeranno categorie di eventi che oggi fatichiamo persino a immaginare.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.