Beatrice Venezi e l’addio alla Fenice: “Atreju uno sbaglio, contratto c’era. Ministero? Non ho prove ma il comunicato partì da lì”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Beatrice Venezi rompe il silenzio e lo fa a muso duro, senza filtri né mezze misure. La direttrice d’orchestra licenziata dalla Fenice di Venezia torna a parlare in un’intervista concessa a Hoara Borselli per il podcast Sette Vite, e i suoi strali non risparmiano nessuno: da Atreju al sovrintendente, passando per il ministro della Cultura Alessandro Giuli fino a ipotizzare, seppur con le dovute cautele, una regia ministeriale dietro la comunicazione del suo addio.
In quello che è a tutti gli effetti un corpo a corpo con la sua storia recente, Venezi ricostruisce i contorni di una vicenda che ha diviso l’opinione pubblica e acceso il dibattito politico, e lo fa con la schiettezza di chi non ha più nulla da perdere. La musica, quella che lei dirige con bacchetta ferma, resta il sottofondo di un racconto in cui si incrociano arte, potere e le tante ombre di un licenziamento che ha dell’incredibile.
“Non tornerei ad Atreju: fu uno sbaglio”
Il primo colpo è per Atreju, la manifestazione di Fratelli d’Italia a cui Venezi partecipò qualche anno fa. Oggi la direttrice non usa giri di parole: non ci tornerebbe, e anzi definisce quella scelta un errore. Un passo indietro netto che suona come una presa di distanza da un mondo, quello della destra politica, che l’ha spesso rivendicata come simbolo ma che secondo lei non l’ha mai realmente protetta. Nelle sue parole si avverte il rammarico di chi ha pagato un prezzo alto per essersi esposta, senza però ricevere in cambio quella solidarietà che forse si aspettava.
La vicenda della Fenice, del resto, ha assunto sin da subito i contorni di una caccia alle streghe, con Venezi nel ruolo della strega da bruciare sul rogo del politicamente corretto. E lei stessa, a proposito dell’accanimento subito, rilascia una dichiarazione che fa discutere: se fosse stata di sinistra, dice, non sarebbe stata attaccata in quel modo. Una provocazione, o forse solo l’amara constatazione di un doppio standard che continua a far discutere.
Fenice, contratto e mancato sostegno
Ma il cuore dell’intervista è naturalmente il licenziamento dalla Fenice, e su questo Venezi non lascia spazio a interpretazioni. Il sovrintendente, che lei non nomina mai ma che tutti sanno essere Colabianchi, non avrebbe preparato il terreno per il suo arrivo; tuttavia la direttrice tiene a precisare che un contratto c’era eccome. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché ribalta la narrazione secondo cui la sua presenza sarebbe stata frutto di una nomina estemporanea o peggio clientelare.
Su quel contratto, firmato e depositato, Venezi costruisce la sua difesa: non era una intrusa, non era una improvvisata, aveva tutti i titoli per stare su quel podio. Eppure il sostegno che avrebbe dovuto ricevere dalle istituzioni, a cominciare dal ministero della Cultura, è mancato. Il ministro Giuli, in sette mesi, non ha speso una parola in sua difesa. Un silenzio assordante che lei denuncia con amarezza, quasi a voler sottolineare come la politica sia brava a rivendicare le persone quando fanno comodo, ma pronta a lasciarle sole quando diventano scomode.
Il dubbio sul ministero e il comunicato
Il passaggio forse più inquietante dell’intervista è però un altro, ed è quello in cui Venezi tira in ballo il ministero della Cultura. “Non ho le prove”, premette subito, quasi a volersi mettere al riparo da facili strumentalizzazioni, “ma risulterebbe che il comunicato del mio licenziamento sia partito proprio dal ministero”. Un’affermazione pesante, che getta un’ombra lunga sulla vicenda e alimenta i sospetti di una regia occulta ai piani alti.
Se davvero la notizia del suo allontanamento fosse stata filtrata o addirittura scritta da via del Collegio Romano, allora l’intera storia assumerebbe i contorni di un’operazione politica mirata a colpire non tanto una direttrice d’orchestra, quanto ciò che lei rappresenta. Venezi, però, non si spinge oltre: non ci sono prove, ripete, ma la sensazione che lascia intendere è quella di chi ha visto muovere i fili senza poterne avere la certezza processuale. Una situazione di stallo, insomma, in cui alla mancanza di riscontri oggettivi si accompagna un quadro indiziario che continua a pesare.
Nel frattempo, mentre la musica della Venezi tace a Venezia, il mondo della cronaca registra un’altra tragedia ben più concreta e dolorosa. Un camion adibito al trasporto merci, lanciato ad alta velocità, ha travolto diversi veicoli già coinvolti in un precedente sinistro e ha investito una squadra di emergenza impegnata nei primi soccorsi sulla carreggiata, nel comune di Hostotipaquillo, nello Stato messicano di Jalisco. Almeno nove persone hanno perso la vita – e tra queste figurano due minori – mentre altre dieci sono rimaste ferite.
Due notizie lontanissime, eppure accomunate da un filo invisibile: in entrambi i casi, sullo sfondo, resta la fragilità della vita e la durezza di un destino che spesso non lascia scampo, che si chiami incidente stradale o tempesta mediatica.




