Luce e gas a febbraio, il fisso torna a correre davanti al variabile
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Redazione Economia
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Il 2026, almeno per quanto concerne il mercato energetico all’ingrosso, si sta rivelando un anno di transizione nervosa, caratterizzata da un andamento che gli analisti, ormai da settimane, definiscono altalenante; una volatilità, quella del PUN e del PSV, che inevitabilmente si ripercuote sulle strategie dei fornitori e, di riflesso, sulle scelte dei consumatori finali. Se si analizzano i dati diffusi dal Gestore dei Mercati Energetici relativi alla sesta settimana dell’anno, quella che va da lunedì 2 a domenica 8 febbraio, emerge un quadro apparentemente rassicurante: il prezzo medio dell’energia elettrica è sceso a 128,15 euro per Megawattora, segnando un calo dell’8,9 per cento rispetto ai 140,74 euro della settimana precedente -5-10. Un dato, questo, che preso singolarmente potrebbe far pensare a una fase di raffreddamento delle quotazioni, ma che letto all’interno di un arco temporale più esteso – si pensi ai picchi di fine gennaio, quando l’indice PUN Selectra aveva sfiorato quota 0,309 euro al kWh – racconta invece una storia di equilibrio precario -4-9.
La fotografia ambigua del mercato all’ingrosso
La fotografia scattata dal Gme mostra anche una forbice geografica non trascurabile, con il prezzo dell’elettricità che oscilla tra i 119,09 euro al Megawattora registrati in Calabria e Sicilia e i 129,98 euro delle zone Nord e Centro Nord, a riprova del fatto che la congestione di rete e la diversa distribuzione degli impianti di produzione pesano ancora in modo sostanziale sulla formazione del prezzo zonale -5. Sul fronte del gas, il PSV – il Punto di Scambio Virtuale che funge da benchmark per la materia prima – ha mostrato una certa ritrosia a stabilizzarsi: dopo aver toccato livelli superiori a 0,44 euro al Smc negli ultimi giorni di gennaio, è sceso fino a 0,354 euro nella prima decade di febbraio, salvo poi mostrare segni di recupero e confermare, chi guarda, una sensazione di incertezza che grava sulle quotazioni -4-6.
È in questo contesto di fondo che si innesta la riflessione circa la convenienza relativa tra le offerte a prezzo fisso e quelle a prezzo variabile. Se, infatti, fino a poche settimane fa si discuteva di un mercato in cui il variabile – complice il calo dei tassi BCE e la discesa dell’Euribor – stava riguadagnando appeal, il ritorno di una certa tensione sui prezzi dell’energia ha nuovamente ribaltato le gerarchie. Bloccare il costo della materia prima per un periodo compreso tra i 12 e i 24 mesi, attraverso una tariffa fissa, significa oggi per il consumatore domestico – ma ancor di più per la piccola impresa – assicurarsi una protezione contro quei rialzi improvvisi che, come dimostrato dall’andamento del PUN nella terza settimana di gennaio (quando si registrò un balzo del 10,2 per cento in un solo giorno), possono arrivare senza preavviso -9.
Il peso della materia prima e la resilienza del fisso
Chi sottoscrive un’offerta indicizzata al PUN o al PSV, infatti, accetta implicitamente di cavalcare l’onda del mercato: beneficia dei ribassi quando le quotazioni arretrano, ma si espone integralmente ai rialzi quando questi si manifestano. Un meccanismo che, in un arco temporale breve, può rivelarsi vantaggioso, come dimostrato dalla flessione registrata nella prima settimana di febbraio, ma che su orizzonti più lunghi introduce una variabile difficilmente governabile all’interno del bilancio familiare. Al contrario, le offerte a prezzo fisso inrano immediatamente le aspettative di inflazione e i rischi geopolitici – fattori, questi, che con l’insediamento della nuova amministrazione statunitense e le sue politiche commerciali tornano a essere centrali – e propongono un valore calmierato che prescinde dalle oscillazioni giornaliere del mercato spot -1.
I numeri diffusi dall’Osservatorio Confcommercio Energia, d’altronde, confermano quanto la memoria dei picchi del 2022 sia ancora viva e operi come deterrente psicologico nei confronti delle formule troppo esposte alla volatilità. Le imprese del terziario, che oggi pagano l’energia elettrica il 28,8 per cento in più rispetto al 2019 e il gas addirittura il 70,4 per cento in più, non possono permettersi scommesse al ribasso -1. E sebbene il governo sia atteso a un intervento di alleggerimento degli oneri generali di sistema, il mercato si muove indipendentemente dalle delibere politiche, premiando la prudenza di chi, pur di non vedere la rata oscillare, accetta di pagare un premio implicito per la tranquillità.
La lezione dei mutui applicata all’energia
Una dinamica, questa, che presenta forti analogie con quanto osservato recentemente nel settore del credito immobiliare. Nonostante il tasso variabile sia oggettivamente più economico su carta – un mutuo di 126.000 euro a 25 anni oggi godrebbe di un differenziale positivo rispetto al fisso – la stragrande maggioranza delle famiglie italiane, con percentuali che a gennaio 2026 si attestavano ancora intorno al 91 per cento, continua a orientarsi verso la certezza della rata costante -2-7. La paura del futuro rialzo, in un contesto geopolitico dominato da dazi e instabilità, prevale sul calcolo aritmetico del risparmio immediato. Traslato sul mercato energetico, questo atteggiamento si traduce in una crescente domanda di contratti che blindino il prezzo del kilowattora e del metro cubo, anche a costo di non beneficiare appieno di eventuali discese congiunturali delle quotazioni.
L’attuale fase, caratterizzata da una discesa del PUN e del PSV rispetto ai massimi di gennaio, rappresenta dunque una finestra temporale potenzialmente vantaggiosa per chi intende stipulare o rinegoziare una fornitura a prezzo fisso. I valori all’ingrosso, pur essendo ancora lontani dai minimi storici, si sono attestati su livelli che i fornitori possono trasformare in offerte commerciali concorrenziali, soprattutto se confrontate con la prospettiva, tutt’altro che remota, di nuove tensioni sui mercati delle materie prime. La politica energetica europea, infatti, resta fortemente dipendente dalle importazioni di Gnl e il percorso di stabilizzazione dei prezzi è ancora costellato di ostacoli strutturali, primo fra tutti la rigidità dell’offerta.
Le variabili nascoste in bolletta
Va inoltre considerato che la convenienza del prezzo fisso non si esaurisce nel mero confronto con l’indice PUN o PSV del momento. Entrano in gioco componenti accessorie – spread applicato dal venditore, spese di commercializzazione, oneri di sistema e trasporto – che nelle offerte a corrispettivo variabile sono talvolta legate a meccanismi di aggiornamento meno trasparenti. Il consumatore che sceglie il fisso, invece, sterilizza gran parte di queste variabili per l’intera durata contrattuale, ottenendo un duplice vantaggio: la certezza del costo e la semplificazione del confronto tra le offerte. Un aspetto, quest’ultimo, tutt’altro che secondario in un mercato libero che, nonostante gli sforzi dell’Autorità, rimane per molti versi opaco e di difficile decifrazione per i non addetti ai lavori -8.
Se l’obiettivo prioritario del nucleo familiare o dell’attività imprenditoriale è la prevedibilità della spesa e la neutralizzazione del rischio di shock improvvisi, la risposta al quesito iniziale – se il prezzo fisso sia oggi più conveniente del variabile – tende a orientarsi positivamente. Il risparmio teorico garantito dal variabile nei mesi di mercato calmo può essere rapidamente eroso da una sola settimana di tensioni al rialzo, e la storia recente insegna che, in materia di energia, i picchi di prezzo sono spesso più violenti e improvvisi dei decrementi. In questo scenario, la polizza assicurativa rappresentata dalla tariffa bloccata smette di essere un mero costo per trasformarsi in una scelta di gestione razionale del proprio profilo di spesa.
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