Disclosure Day, il nuovo Spielberg e quella verità sugli alieni che nessuno sapeva di voler sentire

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Steven Spielberg, il regista che ha plasmato l’immaginario collettivo di intere generazioni con le sue visioni di esseri venuti dallo spazio, ci riprova. Lo fa con Disclosure Day, un thriller cospirativo che, a quasi cinquant’anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo, tenta di aggiornare il suo dialogo con l’ignoto, spostando però l’asticella dalla meraviglia pura all’ansia da disinformazione contemporanea.

Il protagonista, interpretato da Josh O’Connor, è Daniel Kellner: un ex pirata informatico trasformato in whistleblower che, dopo aver sottratto alla potentissima Wardex Corporation le prove di almeno cinquant’anni di contatti extraterrestri, si ritrova braccato come un animale. Dall’altra parte della barricata, a dargli la caccia con la calma algida di chi ha custodito segreti di stato per decenni, c’è Noah Scanlon, il personaggio di Colin Firth che non esita a usare dispositivi alieni per manipolare la mente della fidanzata di Daniel.

La posta in gioco, insomma, non è mai stata così alta; eppure, il vero mistero non riguarda tanto l’esistenza dei cosiddetti “grigi”, quanto la reazione di un’umanità ormai anestetizzata dai complotti e dai deepfake.

Una questione di fede (e di pixel)

Tra le pieghe di questo inseguimento serrato, tra fughe in treno da cardiopalma e sparatorie coreografate, il regista infila una riflessione volutamente scomoda che forse pochi spettatori si aspettavano. La fidanzata di Daniel, Jane (Eve Hewson), è un’ex novizia, e la scoperta che non siamo soli nell’universo la getta in una crisi ontologica non indifferente: dove si colloca Dio, se esistono creature più evolute di noi venute da un’altra galassia? La risposta, affidata a una conversazione con la sua ex madre superiora nel monastero di Santa Chiara, è sorprendentemente aperta.

La verità, suggerisce la religiosa, non può fare paura, perché fa semplicemente parte di un disegno più grande che l’uomo non è ancora in grado di comprendere appieno. È un tema, quello della fede, che Spielberg non aveva mai approfondito in modo così esplicito nei suoi precedenti lavori fantascientifici, se si esclude forse la ricerca spasmodica di significato in A.I. Intelligenza Artificiale.

Qui, però, l’incontro con l’altro diventa un banco di prova per la tenuta delle nostre certezze più intime, un tema che il film sviluppa senza mai risolverlo del tutto, lasciando che sia lo spettatore a domandarsi se l’empatia, quella vera, possa davvero sostituire un credo religioso o politico.

I custodi del segreto

Lo scontro, in Disclosure Day, non è solo tra fuggitivi e inseguitori, ma tra due concezioni opposte del sapere. Da una parte c’è Daniel, che crede fermamente nel diritto alla trasparenza e nel potere catartico della verità, fosse anche quella di vedere un corpo alieno carbonizzato in un vecchio filmato dell’incidente di Roswell. Dall’altra, Scanlon e la sua Wardex: un’entità nebulosa che ha trascorso ottant’anni a insabbiare ogni prova, non per malvagità fine a se stessa, ma per paternalistica presunzione di proteggere l’umanità da uno shock troppo grande da sopportare.

In mezzo si muovono personaggi ambigui come Hugo Wakefield, l’ex tirapiedi della corporation interpretato da Colman Domingo, che ha orchestrato la fuga di Daniel perché è convinto che solo la rivelazione possa fermare la deriva bellicista del pianeta. È un gioco di specchi pericoloso, quello di Spielberg, che non prende mai una posizione netta: la verità fa paura, ma il segreto uccide la democrazia; gli alieni potrebbero essere la nostra salvezza, oppure l’ennesimo grimaldello per scatenare una guerra mondiale.

Il potere dell’ascolto

E poi c’è Margaret Fairchild, la vera sorpresa di questo cast. Interpretata da una Emily Blunt in stato di grazia, la meteorologa di una tv locale di Kansas City si ritrova a parlare lingue sconosciute e a leggere nel pensiero dei suoi colleghi in diretta, diventando suo malgrado l’anello di congiunzione tra il messaggio alieno e il genere umano. Il suo dono non è la forza bruta, né l’intelletto analitico di Daniel: è l’empatia. Un potere fragile, destabilizzante, che lei stessa rifiuta quando esclama, in un momento di lucida disperazione, di non voler diventare la “religione di nessuno”.

È proprio in questo rifiuto che si annida il cuore del messaggio spielberghiano: l’incontro con l’altro non deve tradursi in un nuovo dogma, ma in un ascolto attivo. Quando nel finale, grazie all’arrivo in studio di un anziano alieno chiamato In Vivo 17, Daniel e Margaret riescono a svelare la copertura, lei si limita a sussurrare allo schermo una sola parola: “Ascoltate”. Non una rivelazione, non una formula magica per la pace nel mondo, ma un invito a spegnere il rumore di sottofondo per prestare attenzione a ciò che non conosciamo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.