Cartello della droga a Roma, il killer arrivato dalla Spagna e il blitz del Gis

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cartello della droga a Roma aveva fatto arrivare un killer cileno dalla Spagna per compiere omicidi nella Capitale, mentre i carabinieri del Gis preparavano il blitz che ha portato all’arresto di 21 persone e all’interruzione di una faida tra famiglie criminali.

L’operazione è scattata all’alba in una villa di via del Fontanile Anagnino, a Morena, dove i reparti speciali sono entrati in assetto d’assalto dopo aver circondato uno dei covi ritenuti centrali per l’organizzazione.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, il gruppo guidato da Giuliano Cappoli, soprannominato “Maverick”, e da Manuel Grillà, detto “Neymar”, disponeva di una liquidità vicina al milione di euro destinata al traffico di droga e aveva già pianificato agguati e tentati omicidi nelle strade della città. lanotiziagiornale +3

L’indagine della procura e dei carabinieri si è sviluppata per un anno e ha ricostruito una struttura capace di muoversi tra narcotraffico, gestione degli uomini armati e controllo degli affari anche dall’interno del carcere.

Gli investigatori hanno individuato il pregiudicato cileno nascosto nella villa di Morena come uno degli uomini chiamati appositamente dalla Spagna per eseguire delitti legati agli equilibri criminali romani. Gli accertamenti avrebbero inoltre documentato diversi agguati falliti e una tensione crescente tra gruppi rivali.

Il blitz ha colpito un contesto ritenuto vicino al mondo criminale che ruota intorno al clan Senese, già più volte al centro di inchieste sul narcotraffico nella Capitale. corriere +3

I boss del cartello e gli affari gestiti da Rebibbia

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda il ruolo del carcere di Rebibbia nelle attività dell’organizzazione. Secondo gli investigatori, Giuliano Cappoli continuava a impartire ordini e a seguire il giro d’affari anche durante la detenzione. A emergere è soprattutto una frase intercettata l’8 novembre: “Qui è un grand hotel”.

Le parole attribuite a Cappoli descrivono il livello di controllo che il boss riteneva di avere all’interno del penitenziario romano.

Manuel Grillà, detto “Neymar”, si trovava già detenuto a Rebibbia, così come Davide Magozzi, soprannominato “Billo”, indicato dagli inquirenti come la “retta” dell’organizzazione, cioè il custode dei carichi di droga. corriere +3

Secondo la Direzione distrettuale antimafia e i carabinieri, proprio nel carcere di via Tiburtina si sviluppava una parte consistente delle attività del clan. A confermare questo scenario è anche Fabrizio Capogna, collaboratore di giustizia ed ex compagno di cella di Cappoli tra il 2020 e il 2021.

Il pentito ha raccontato agli investigatori di aver condiviso con “Maverick” l’utilizzo di un telefonino criptato.

L’inchiesta descrive quindi una struttura capace di mantenere contatti, impartire disposizioni e coordinare traffici anche durante la permanenza in carcere dei suoi esponenti principali, elemento considerato decisivo per la continuità degli affari legati alla cocaina e alla gestione del territorio. ilgerme +3

Il blitz a Morena e la faida fermata dagli investigatori

Le immagini delle porte fatte esplodere alle quattro del mattino nella villa di Morena rappresentano il momento conclusivo di un’operazione preparata per evitare un’ulteriore escalation di violenza a Roma. Gli investigatori ritengono che il gruppo criminale fosse pronto a consolidare la propria posizione attraverso omicidi e regolamenti di conti.

La presenza del killer cileno arrivato dalla Spagna viene considerata uno dei segnali più evidenti del livello raggiunto dalla faida.

I carabinieri del Gis hanno eseguito l’irruzione in uno degli immobili ritenuti strategici per il narcotraffico, mentre l’inchiesta ricostruiva il ruolo dei fedelissimi dell’organizzazione e i collegamenti con il traffico di cocaina. corriere +3

Il quadro delineato dagli atti dell’indagine mostra un’organizzazione con disponibilità economiche elevate, uomini incaricati della custodia dei carichi di droga e una rete di rapporti che si estendeva tra Roma, il carcere di Rebibbia e l’estero.

Gli inquirenti parlano di un sistema capace di mantenere operativi i traffici nonostante arresti e detenzioni, sfruttando telefoni criptati e collegamenti continui tra detenuti e affiliati all’esterno.

L’operazione ha interrotto una fase ritenuta particolarmente delicata per gli equilibri criminali della Capitale, segnata da tentati omicidi, preparativi per nuovi agguati e dalla presenza di figure armate reclutate anche fuori dall’Italia. abitarearoma +3

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