Famiglia nel bosco, i legali chiedono il ripristino della responsabilità genitoriale per il padre Nathan

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’iter giudiziario che coinvolge la cosiddetta famiglia del bosco, nucleo di origine anglo-australiana finito al centro dell’attenzione mediatica dopo l’allontanamento dei tre figli minori, registra un nuovo e significativo passaggio formale. Gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, che assistono i genitori Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, hanno depositato un Corposo ricorso di trentasette pagine presso la Corte d’Appello dell’Aquila. Nel documento, i legali ripercorrono le tappe del procedimento che ha portato prima alla sospensione della responsabilità genitoriale e poi alla separazione della madre dai bambini, avvenuta nello scorso mese di marzo all’interno della casa famiglia di Vasto che li ospitava. Tra i punti sollevati dalla difesa, spicca la richiesta, formulata come extrema ratio, di valutare il ripristino dell’esercizio della responsabilità genitoriale in capo al solo padre, Nathan, descritto dagli stessi operatori come figura più collaborativa e disponibile al dialogo con i servizi sociali.

Il ricorso e la narrazione della madre

Nell’atto depositato, la difesa contesta con forza quella che definisce una rappresentazione distorta e pregiudizievole della figura materna, emersa a parere dei legali dalle relazioni redatte dall’assistente sociale e dagli operatori della struttura di accoglienza. Gli avvocati parlano di una vera e propria costruzione narrativa che avrebbe tratteggiato Catherine Birmingham attraverso stereotipi antiquati e sospetti infondati. Nel ricorso, l’immagine della donna veicolata dai report viene accostata, con un paragone volutamente forte, a quella della “donna difettosa” descritta nel “Malleus Maleficarum”, il trattato del Quattrocento sulla caccia alle streghe. Una critica aspra, quella dei difensori, che vedrebbe nella valutazione dell’operatore sociale una lente distorta, capace di leggere ogni comportamento materno come ostativo, in un meccanismo che ricorderebbe, nelle intenzioni polemiche della difesa, una colpevolezza presunta e indimostrabile. I bambini stessi, in alcune relazioni, sarebbero stati definiti con appellativi come “piccoli Mowgli”, un’etichetta che la difesa ritiene riduttiva e fuorviante rispetto alla complessità della loro situazione.

L’intossicazione da funghi e l’origine del caso

Il procedimento giudiziario affonda le sue radici in un episodio preciso, accaduto nel settembre del 2024, quando l’intera famiglia venne ricoverata in ospedale a causa di una grave intossicazione da funghi selvatici raccolti dal padre. Fu il ricovero, e il conseguente rifiuto da parte dei genitori di sottoporre i bambini ad alcune procedure mediche considerate standard, come l’applicazione di un sondino nasogastrico, ad attivare la macchina dei soccorsi e, successivamente, la segnalazione ai carabinieri e ai servizi sociali. I sanitari, di fronte alla sofferenza e allo stato di provazione dei minori, ritennero necessario l’intervento delle autorità competenti, avviando così quell’iter di accertamenti che avrebbe portato, nel novembre del 2025, alla sospensione della responsabilità genitoriale e al collocamento dei tre fratelli in una comunità protetta. Nel tempo, alla coppia erano state offerte soluzioni abiative alternative e percorsi di supporto, proposte che però non avevano trovato piena accoglienza da parte dei genitori, determinando il progressivo inasprimento delle misure di tutela.

Le videochiamate contestate e le relazioni degli operatori

Un ulteriore elemento di tensione, emerso nelle more del giudizio e ora al centro del dibattito, riguarda la qualità e gli effetti dei contatti a distanza tra la madre e i bambini, attualmente ospiti della struttura. Secondo quanto riportato in alcuni report della casa famiglia, le videochiamate con Catherine genererebbero nei minori uno stato di agitazione tale da richiedere un costante lavoro di contenimento e rassicurazione da parte delle educatrici, talvolta con il supporto della figura paterna. In una delle relazioni, si fa riferimento a un episodio specifico in cui la figlia maggiore avrebbe consegnato a un’educatrice un foglietto con annotazioni, definite come la “storia brutta di questo posto”, attribuite alla madre. La psicologa della struttura ha inoltre segnalato criticità nei comportamenti dei bambini successivamente alle chiamate, sottolineando come l’approccio materno, fatto di domande insistenti sulla loro permanenza e sul loro stato emotivo, non sortirebbe effetti rassicuranti. Di contro, i legali della coppia leggono queste stesse dinamiche come la prova di un legame profondo, che la lontananza forzata non fa che esacerbare, e denunciano quelle che ritengono essere interpretazioni malevole e preconcette del disagio manifestato dai piccoli.

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