Meta Ai assiste gli hacker: così è stato possibile rubare account Instagram di alto profilo

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L'idea, almeno sulla carta, era quella di rendere più snella l'assistenza tecnica, affidando a un chatbot intelligente il compito di risolvere i problemi di accesso. Il risultato, per alcuni giorni, è stato esattamente l'opposto: un vero e proprio portone aperto sulla sicurezza di decine di account Instagram di alto profilo.

Un difetto, poi corretto, nell’assistente virtuale basato sull’intelligenza artificiale di Meta ha permesso a un gruppo di hacker di impossessarsi di profili verificati – tra cui quelli di celebrità, grandi marchi e persino istituzioni – semplicemente conversando con il bot e convincendolo, se così si può definire una sequenza di comandi malevoli, a modificare le credenziali di accesso.

L’inganno tecnologico: come è stato raggirato il sistema

La vulnerabilità, emersa pubblicamente nei primi giorni di giugno, si basa su un principio di manipolazione tanto semplice quanto efficace, che esclude completamente il furto diretto delle password originali. Gli aggressori utilizzavano una VPN per mascherare il proprio indirizzo IP, facendolo coincidere con la posizione geografica della vittima; in questo modo aggiravano i controlli automatici di sicurezza.

A questo punto, avviavano una chat con il "Meta AI Support Assistant", un sistema progettato per assistere gli utenti nella procedura di recupero, e lo istruivano affinché aggiungesse una nuova email al profilo bersaglio.

Il chatbot, programmato per esaudire richieste senza un'adeguata verifica dell'identità reale del richiedente, inviava un codice di verifica proprio all'indirizzo fornito dall'hacker; una volta inserito il codice nella chat, il sistema autorizzava automaticamente la modifica della password, consegnando di fatto le chiavi dell'account nelle mani sbagliate.

Un conto salato: dai profili istituzionali al mercato nero digitale

Il colpo più eclatante, e certamente quello che ha acceso i riflettori sul caso, ha visto protagonisti profili di altissimo valore simbolico. Tra gli account compromessi figurano, secondo quanto riportato da fonti specializzate, l'archivio della Casa Bianca risalente all'era di Barack Obama – un account con oltre 2 milioni di follower – il profilo del sergente maggiore capo della Space Force John F. Bentivegna, nonché quello del noto marchio di cosmetici Sephora e dell'esperta di sicurezza informatica Jane Manchun Wong.

Le ricerche pubblicate da testate come 404 Media hanno rivelato che, dietro la cortina fumosa del dark web, questi account venivano rapidamente rivenduti o trasformati in strumenti per pubblicare contenuti di propaganda, come dimostra la comparsa di messaggi filo-iraniani sul profilo della presidenza americana.

Le conseguenze immediate e la risposta di Meta

Le reazioni non si sono fatte attendere, soprattutto tra gli utenti comuni e gli esperti, che hanno segnalato l’impossibilità di trovare un canale umano a cui rivolgersi per bloccare l’attacco. La debacle evidenzia una cronaca nera tecnologica dove il sistema, come ironizzato da alcuni osservatori, vede un’intelligenza artificiale che ruba l’account e un’altra che non riesce a risolvere il problema, senza alcun intervento umano nel mezzo.

Meta, attraverso il portavoce Andy Stone, ha confermato la violazione, dichiarando che la falla è stata risolta e che i profili violati sono stati messi in sicurezza. Tuttavia, l’azienda non ha fornito dati precisi sul numero totale degli utenti danneggiati, limitandosi a intervenire solo dopo che l’exploit era già diventato virale, lasciando aperte domande sulla robustezza dell’automazione spinta.

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