La portaerei Gerald Ford si ferma a Creta: un anno di stop per la “nave maledetta” della Marina Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È l’ammiraglia più costosa e tecnologicamente avanzata mai costruita dalla Marina degli Stati Uniti, eppure, a fermarla, non è stato un missile ipersonico né un attacco asimmetrico nel complesso scenario mediorientale. A inchiodare la superportaerei nucleare Gerald R. Ford, costringendola a riparare a Souda Bay, a Creta, per un periodo che potrebbe prolungarsi fino a quattordici mesi, è stata una combinazione di guai tanto banali quanto insidiosi: una serie di intasamenti ai servizi igienici – un sistema di raccolta sottovuoto, noto con l’acronimo VCHT, che fatica a smaltire le deiezioni di un equipaggio di oltre quattromila persone – e un incendio scoppiato nella lavanderia principale della nave.

Un incendio e bagni in tilt: le cause del lungo stop forzato

Il colpo di grazia a questa missione, iniziata mesi fa e protrattasi ben oltre i canonici sei mesi di dispiegamento, è arrivato il 12 marzo, quando un malfunzionamento di un’asciugatrice ha innescato un incendio nel locale lavanderia mentre la nave operava al largo delle coste iraniane. Sebbene il Comando Centrale Usa abbia rapidamente escluso la matrice dolosa esterna – nessun attacco da parte di Teheran, quindi – il rogo ha avuto conseguenze operative pesantissime: circa duecento membri dell’equipaggio sono stati assistiti per inalazione di fumo, un marinaio ha richiesto l’evacuazione medica, e soprattutto, oltre seicento militari hanno perso il proprio posto letto, costretti a dormire su tavoli improvvisati o a darsi il cambio con i commilitoni per assicurarsi qualche ora di sonno. La decisione di interrompere lo schieramento e dirigersi verso Creta, già nell’aria a causa dell’usura accumulata, è diventata così definitiva.

A rendere necessario questo stop prolungato, che secondo le prime stime potrebbe tenere la gigante d’acciaio fuori dal servizio operativo fino al 2027, non è però solo l’incendio. La Ford era già in mare da nove mesi, un arco temporale eccezionale per qualsiasi unità navale, durante i quali ha partecipato a operazioni di altissimo profilo. Dopo essere stata inizialmente schierata nei Caraibi per la missione che portò all’arresto di Maduro in Venezuela, la portaerei è stata trasferita in Medio Oriente, dove ha ricoperto un ruolo centrale nei raid contro l’Iran. Un ritmo operativo così serrato ha inevitabilmente amplificato i segnali di affaticamento sia dell’equipaggio che delle complesse infrastrutture di bordo, dai sistemi idraulici agli impianti di gestione dei rifiuti.

La “maledizione” della Ford: un gigante tecnologico dai mille acciacchi

La vicenda ha assunto contorni quasi paradossali, tanto che negli ambienti militari e sulla stampa specializzata si è iniziato a parlare di una sorta di “maledizione” che perseguita la capoclasse della nuova generazione di portaerei. Entrata in servizio nel 2017 dopo anni di ritardi e lievitazione dei costi – parliamo di un’unità dal dislocamento di circa centomila tonnellate, lunga 337 metri, costata oltre 13 miliardi di dollari – la Gerald R. Ford è una città galleggiante progettata per ospitare oltre 75 velivoli e più di cinquemila persone.

Tuttavia, le innovazioni che avrebbero dovuto renderla più efficiente, come il sistema di lancio elettromagnetico (EMALS) e il sistema di arresto avanzato (AAG), sembrano convivere con criticità progettuali emerse nei dettagli più prosaici della vita di bordo. Il problema delle toilette, in particolare, è tornato alla ribalta con virulenza durante la navigazione verso il Mediterraneo: un sistema di raccolta sottovuoto giudicato da più parti sottodimensionato rispetto al carico fisiologico di un equipaggio così numeroso ha portato a continui intasamenti, allagamenti e alla necessità di interventi di manutenzione straordinaria, incluso l’uso di acido industriale per “sverginare” le tubature, operazioni che per loro natura richiedono di essere eseguite in porto. Non a caso, il porto di Souda Bay, con la sua rada protetta simile a un fiordo, si è rivelato la meta obbligata per risolvere questi disguidi senza deviare troppo dalla rotta strategica verso il Canale di Suez.

Ripercussioni operative e un equipaggio allo stremo

L’impatto sulla capacità operativa della Marina americana è tangibile. A bordo, la vita per i quattromilacinquecento militari imbarcati si è trasformata in una prova di resistenza. Oltre ai problemi igienici e al disagio del sovraffollamento, l’incendio ha lasciato circa seicento uomini senza un alloggio, costringendo molti a dormire dove capitava, tra locali comuni e mense, aggravando ulteriormente la tensione interna. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti militari per determinare l’origine del rogo nella lavanderia, fonti vicine all’ambiente militare hanno fatto trapelare anche l’ipotesi di un sabotaggio da parte dell’equipaggio stesso, stanco di una missione prolungata e delle pessime condizioni di vita a bordo.

Al momento, la Gerald Ford resta ormeggiata a Creta, in attesa di una valutazione completa dei danni e della definizione di un piano di intervento. La sua assenza dai teatri operativi, in un momento storico in cui il Pentagono – sotto la nuova amministrazione presidenziale di Donald Trump – deve gestire una pressione crescente in Medio Oriente e la competizione con potenze rivali, rappresenta un nodo critico. Non si tratta solo di riparare una nave, ma di preservare la credibilità di un intero programma di difesa, quello delle portaerei di nuova generazione, destinato a rappresentare il futuro dell’aviazione navale americana. Il ritorno in mare aperto di questo colosso sarà un banco di prova cruciale per valutare se la Ford riuscirà a scrollarsi di dosso la nomea di “nave maledetta” o se continuerà a essere ostaggio dei suoi stessi acciacchi.

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