Trump frena Israele sulla Cisgiordania, la Turchia condanna il voto
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Redazione Esteri
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L’approvazione, seppure in una votazione preliminare, di un disegno di legge volto ad applicare la sovranità israeliana sulla Cisgiordania da parte della Knesset ha immediatamente innescato una forte reazione internazionale, con Ankara in prima linea. Il Ministero degli Esteri turco, in un comunicato ufficiale, ha definito quel passo "nullo e privo di valore", sottolineando come esso rappresenti una palese violazione del diritto internazionale. Una presa di posizione netta, quella della Turchia, che si inserisce in un quadro già estremamente teso e che va ben al di là della contesa territoriale, toccando nervi scoperti della geopolitica mediorientale. Lo scenario, del resto, non si limita ai confini di Gaza, ma si estende a quelle aree della Cisgiordania dove i confini stabiliti dagli accordi di Oslo del 1995 appaiono ormai un ricordo lontano, cancellati da una realtà fatta di violenze, insediamenti e terreni confiscati.
Le pressioni di Washington e la mossa di Netanyahu
In questo contesto esplosivo, l’iter della legge sull’annessione è stato bruscamente sospeso su decisione del primo ministro Benjamin Netanyahu. Una mossa che, stando a quanto ricostruito, non sarebbe scaturita da una riflessione interna bensì dalle pressioni giunte con insistenza dagli Stati Uniti. L’amministrazione americana, con il presidente Donald Trump in prima persona, ha infatti fatto pesare il proprio dissenso, orientando in maniera decisiva la scelta di Tel Aviv. "Israele non farà nulla in Cisgiordania, non abbiate timore", ha dichiarato Trump alla Casa Bianca, rispondendo a una giornalista che gli chiedeva se quel voto parlamentare rappresentasse una sfida alla sua autorità. Parole che, uscite direttamente dall’ufficio ovale, hanno di fatto congelato l’iniziativa, mostrando tutta la loro influenza sull’alleato mediorientale.
Il quadro politico interno israeliano
A complicare ulteriormente la situazione per Netanyahu contribuisce il fatto che il disegno di legge sia stato approvato in prima lettura, seppure di misura, grazie all’appoggio dei suoi rivali di destra. Questo movimento politico, che ha sfruttato la delicata fase di governo per avanzare una proposta di annessione unilaterale, ha costretto il primo ministro a un difficile esercizio di equilibrio tra le esigenze della coalizione e i vincoli imposti da Washington. La manovra degli avversari interni, pertanto, ha creato una frattura non solo sul piano parlamentare ma anche in quello delle relazioni internazionali, spingendo l’esecutivo israeliano in una posizione scomoda, tra le attese della propria base elettorale e i paletti chiari posti dall’alleato americano.
Lo scenario palestinese e le iniziative diplomatiche
Mentre da una parte si discute di annessione, dall’altra le principali fazioni palestinesi hanno trovato un’intesa per la formazione di un governo di tecnici, un segnale che potrebbe aprire a nuovi assetti nella gestione del potere. Parallelamente, si muovono anche le diplomazie internazionali, con diversi paesi alleati che promuovono un piano di pace per Gaza. La credibilità e il sostegno regionale a questo piano, tuttavia, dipendono in maniera cruciale dal riconoscimento delle rivendicazioni territoriali palestinesi, un elemento che l’ipotetica annessione israeliana avrebbe reso di fatto irrealizzabile. In questa fase di stallo, anche la voce di Papa Francesco si è levata con un appello affinché le Chiese locali lavorino instancabilmente per la riconciliazione, un monito che risuona in un panorama segnato da profonde lacerazioni.




