Il gigante di Musk vola (quasi) perfetto: Starship V3 supera il test, ma i nuovi motori tradiscono il rientro

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è voluto un rinvio di ventiquattr’ore, causa un problema tecnico dell’ultimo minuto alla rampa di lancio, ma alla fine il “nuovo” Starship ha spiccato il volo.

Parliamo della versione V3, quella che Elon Musk – ormai da piú di un anno silente sugli scranni del potere politico per dedicarsi al cosmo – ha definito il primo veicolo realmente pensato per raggiungere Marte.

Il decollo è avvenuto da Starbase, in Texas, con il Super Heavy che ha acceso i suoi trentatré motori Raptor 3 per sollevare i 124 metri del complesso.

Nessun tentativo di afferrare il booster al volo con le “bacchette” della torre in questo test, intendiamoci: per prudenza, viste le profonde modifiche strutturali, i tecnici hanno optato per un ammaraggio controllato nel Golfo del Messico. Peccato che, proprio qui, sia emerso il primo vero neo della giornata. geopop +3

Il problema, a quanto pare, ha riguardato i nuovi propulsori.

Mentre la fase ascendente sembrava filare liscia, durante la complessa procedura di rientro e riaccensione per l’atterraggio il primo stadio ha mostrato piú di un’anomalia; alcuni motori, spiegano le prime telemetrie, non hanno risposto come previsto, compromettendo quella frenata necessaria a concludere la missione con la solita esplosione controllata in acqua.

Un incidente di percorso che la società ha per ora minimizzato, concentrando l’attenzione su quanto accaduto dopo. geopop +3

E la parte alta, cioè la navetta Ship, ha davvero dato spettacolo. Nonostante l’improvviso spegnimento di uno dei sei Raptor che la equipaggiavano – un’eventualità messa in conto ma sempre critica – il veicolo ha mantenuto una traiettoria chirurgica. Ha viaggiato per circa un’ora nello spazio suborbitale, dimostrando una resilienza sorprendente.

La vera ciliegina sulla torta, però, è stato il rilascio del carico: ventidue satelliti sono stati espulsi nello spazio. Tra questi, una ventina erano semplici simulatori per testare il meccanismo di dispiegamento, ma due, invece, erano unità modificate e dotate di videocamere.

Proprio questi piccoli “occhi” elettronici, soprannominati dal team di SpaceX “Dodger Dogs” (un curioso omaggio agli hot dog dello stadio di Los Angeles), hanno ripreso la navicella dall’esterno durante il volo, fornendo immagini mozzafiato e dati preziosi sull’integrità dello scudo termico. geopop +3

Il ritorno a casa e il ruolo della Nasa

Conclusa la fase di rilascio, la nave ha riacceso i propulsori per iniziare la discesa. La manovra di rientro, spesso il tallone d’Achille di questi colossi, è avvenuta senza intoppi. L’ammaraggio nell’Oceano Indiano è stato un successo: la struttura è rimasta integra fino all’impatto con l’acqua, dove si è inclinata ed è esplosa come da copione.

Una morte violenta, ma programmata. Nel centro di controllo, tra gli applausi scattati al momento dello splashdown, c’era anche l’amministratore capo della Nasa.

La sua presenza non è casuale: è proprio su questa versione aggiornata di Starship che l’agenzia spaziale americana conta per far atterrare i prossimi astronauti sulla Luna, nell’ambito del programma Artemis. Il responso, insomma, è per lo piú positivo, anche se il boato per il ritorno del Super Heavy non c’è stato. altoadige +3

Problemi ai Raptor 3

Cosa non ha funzionato, dunque, nel primo stadio? I nuovi Raptor 3 rappresentano un salto generazionale rispetto ai precedenti, con una spinta al decollo incrementata del 22% e un peso ridotto. La complessità di queste turbine, però, gioca ancora brutti scherzi durante le fasi di transizione.

Durante il rientro atmosferico, la riaccensione di alcuni di essi per il “landing burn” ha generato picchi di pressione instabili, disattivando la spinta simmetrica necessaria. Di conseguenza, il gigante non è riuscito a rallentare abbastanza per un appoggio dolce, schiantandosi a velocità ancora sostenuta.

Nulla di drammatico per una campagna di test basata sul “fail fast, learn faster”, ma un campanello d’allarme su cui gli ingegneri dovranno lavorare prima di tentare il recupero della torre. altoadige +3

Un record di satelliti e osservazioni

Nonostante l’amaro in bocca per il booster, la missione numero dodici entra comunque negli annali per la quantità di payload rilasciato e per la qualità dei dati raccolti.

L’aver messo in orbita ben ventidue unità in un solo volo dimostra la capacità logistica del sistema, mentre le riprese dei due satelliti modifica ti hanno confermato che lo scudo termico della Ship ha retto perfettamente alle temperature estreme del rientro.

Per Musk, che ha commentato l’evento con un laconico “Avete segnato un gol per l’umanità” rivolto ai suoi tecnici, si tratta di un passo avanti decisivo. La strada per rendere questo sistema operativo per carichi lunari è ancora lunga, ma la V3 ha appena dimostrato di saper camminare, anche se zoppicando leggermente su una gamba. altoadige +3

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.