«I Cesaroni» tornano dopo un decennio, Amendola: «Tutto nato da una letterina a Babbo Natale»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono passati dieci anni, forse qualcuno in più se si considera il lento declino delle tv generaliste nell’era dello streaming, eppure la saga familiare più romanissima che la fiction italiana abbia mai prodotto è pronta a riaccendere il teleschermo. «I Cesaroni» tornano dal 13 aprile in prima serata su Canale 5, con una settima stagione dal titolo inequivocabile – «Il ritorno» – che non lascia spazio a fraintendimenti. A Roma, nel teatro Palladium della Garbatella, centinaia di fan hanno accolto il cast durante una conferenza stampa dove sorrisi ed emozione (vera, non quella patinata delle passerelle) hanno fatto da cornice a un annuncio atteso da un pubblico che quella famiglia allargata, confusionaria e accogliente l’aveva fatta propria come se fosse un pezzo della sua vita.
Claudio Amendola regista e attore, la genesi inaspettata della settima stagione
Claudio Amendola riprende il ruolo di Giulio Cesaroni, il capofamiglia dal volto burbero ma dal cuore di pasta di pane, ma non solo. A questo giro l’attore romano ha indossato anche la cravatta del regista, firmando le 12 puntate che compongono la nuova serie. E la scintilla che ha riacceso il motore della produzione, lo ha raccontato proprio lui a margine dell’evento, è arrivata da una letterina a Babbo Natale. Non una metafora, né uno scherzo: un vero e proprio biglietto scritto con la grafia incerta di un bambino, capace di scavare un solco profondo nella memoria emotiva di chi quella famiglia l’aveva interpretata e amata. La serie, coprodotta da Rti e Publispei, nasce dal format spagnolo «Los Serrano» e debutta nel 2006 sotto la guida di Carlo Bixio, raccontando per sei stagioni la vita di una bottiglieria alla Garbatella, tra litigi da cortile e abbracci in cucina.
Anna, Sabrina Ferilli, e il doppio volto della madre coraggio
Tra i volti di punta spunta ancora lei, Sabrina Ferilli, che riprende i panni di Anna. Con una differenza sostanziale rispetto al passato, però: di giorno accudisce cinque figli – non suoi, ma di un vedovo interpretato da Pierre Cosso – con la dedizione di una madre surrogata silenziosa e instancabile. Di notte, invece, si esibisce come spogliarellista in un locale di periferia, un contrasto che la sceneggiatura non smorza né edulcora, ma anzi utilizza come chiave di lettura per una certa Italia fatta di doppi lavori, di sacrifici invisibili e di corpi femminili ancora troppo spesso spettacolarizzati. La serie, d’altronde, non ha mai avuto paura di mescolare il grottesco con il quotidiano, e questa settima stagione non fa eccezione.
Dai «Ragazzi della 3 C» alla bottiglieria, il microcosmo che ha conquistato il pubblico
Non solo adulti, però, nel mondo dei Cesaroni. La narrazione ha sempre riservato uno spazio importante al mondo giovanile scolastico, osservato nelle sue più tipiche manifestazioni: rivalità tra le classi, antagonismo tra gli allievi, momenti di svago che si trasformano in riti di passaggio. E proprio da quel microcosmo – si pensi ai celebri «Ragazzi della 3 C» – è passata gran parte dell’identità della serie, capace di parlare a genitori e figli senza mai prendersi troppo sul serio. La presentazione romana ha confermato l’affetto di un pubblico che non ha smesso di cercare quella bottiglieria di periferia, dove le porte sono sempre aperte anche quando fuori piove, e dove la confusione – come ripeteva Giulio – è solo un’altra parola per dire famiglia.




