Scuola, il divieto di volto coperto divide il Paese tra decreto e testimonianze
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Redazione Interno
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Il divieto di indossare burqa e niqab negli istituti scolastici italiani è realtà. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che vieta di partecipare alle attività curriculari, extracurriculari e agli incontri tra scuola e famiglia con il volto coperto o con qualsiasi modalità che non consenta il riconoscimento della persona. La norma prevede una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro, che scatta nei confronti del genitore quando la violazione è commessa da un minore. Fanno eccezione i casi motivati da ragioni sanitarie o di sicurezza.
Il testo definitivo ha eliminato la misura che ipotizzava l'allontanamento dei minori dalla famiglia in caso di rifiuto dei genitori di seguire i corsi di lingua italiana, lasciando in piedi le sole sanzioni pecuniarie.
La testimonianza di Monfalcone
A Monfalcone, in provincia di Gorizia, la questione ha assunto un volto preciso. Una studentessa sedicenne dell'Isis Pertini, nata e cresciuta in città da famiglia di origine bengalese, frequenta il secondo anno indossando ogni mattina il niqab. «Nella nostra religione c'è chi si mette il velo, c'è chi decide di coprirsi anche la faccia, ma c'è anche chi si veste normalmente, magari con maglietta e jeans. È una scelta personale e libera», racconta all'ANSA. Una scelta che, aggiunge, «non preclude la socialità».
La ragazza non trasforma la novità legislativa in un terreno di scontro: «Quando uscirà la legge, ci adegueremo». Nella sua scuola non è sola: sono quattro le alunne che indossano il niqab. Per accedere all'istituto è già in vigore una procedura di riconoscimento che consente di verificare l'identità delle studentesse con il volto coperto.
La posizione di De Luca
Sul provvedimento è intervenuto con nettezza il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, che non ha risparmiato critiche alla sua stessa area politica. «Sono assolutamente d'accordo sul divieto di andare a scuola con il volto coperto. Per la verità sarei anche per estendere questo divieto anche all'esterno delle scuole», ha dichiarato nel corso della sua consueta trasmissione settimanale. Per De Luca la questione non attiene alla libertà religiosa: «Il volto coperto e il burqa non hanno nulla a che spartire con il rispetto della libertà religiosa. Chi viene in Italia deve adeguare i propri comportamenti a una società moderna». Il sindaco ha invece definito «estremamente problematica» la decisione sul limite del 30% di alunni extracomunitari nelle classi, parlando di «un'operazione ideologica e strumentale» e mettendo in guardia dal rischio di discriminazioni.
Le reazioni nel mondo della scuola
Davanti ai cancelli del Pertini, altre studentesse raccontano una quotidianità in cui il velo non sembra costituire una barriera. «Qui il processo di integrazione è ben avviato», sostiene una ragazza del quarto anno dell'indirizzo socio-sanitario. Un'altra compagna conferma che durante la ricreazione i gruppi si formano «non divisi per nazionalità, piuttosto per amicizia». E di fronte alle compagne che scelgono di coprire il volto, una studentessa del secondo anno dell'indirizzo turistico osserva: «Non mi sento a disagio, è una scelta personale».
Monfalcone, del resto, è una città dove circa il 30% dei residenti ha cittadinanza straniera, con una presenza radicata di origine bengalese. Il decreto scuola non si esaurisce nella questione del volto coperto: introduce anche un tetto massimo del 30% di alunni con conoscenze limitate dell'italiano nelle classi prime e l'obbligo per i genitori di questi studenti di seguire corsi gratuiti di lingua, con una multa da 200 a mille euro in caso di inadempimento.
Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che sono 34mila le classi che superano la soglia, ma togliendo gli alunni che già conoscono la lingua restano meno di mille aule effettivamente da rivedere.
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