Robot cinesi, la sorveglianza di massa diventa tecnologica e spietata
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Redazione Esteri
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Era una domenica sera del 2022 quando il signor Zhang, convinto di aver seminato gli agenti in borghese grazie a passamontagna, occhiali scuri e una giacca cambiata all’ultimo momento, si accingeva a rientrare a casa dopo aver preso parte a una delle più imponenti proteste mai registrate a Pechino, quelle contro le politiche zero-Covid del governo. Nessun fermo, nessun arresto: un sollievo, per lui, presto rivelatosi malriposto. Perché il controllo, in quello scenario, non era più affidato soltanto all’occhio umano, bensì a un sistema capace di riconoscere, tracciare e segnalare ogni suo movimento senza bisogno di fermarlo materialmente. Quel che Zhang non sapeva, forse, è che la maratona – intesa come fuga – stava per diventare impari: l’avversario, ormai, corre più veloce di qualsiasi uomo.
Umanoidi da maratona: giocattoli o nuovi carcerieri?
La notizia del robot umanoide capace di correre una maratona in tempi record, più rapido di qualsiasi atleta, ha suscitato entusiasmo tecnologico e, al contempo, una domanda di fondo che la filosofa Francesca Rigotti ha sintetizzato senza giri di parole: «Abbiamo bisogno di molte cose oggi al mondo, ma di robot umanoidi che corrono la maratona più veloce… direi proprio di no». Un giudizio secco, quest’ultimo, che riconduce l’intera faccenda a un’unica, essenziale cornice: quella di un giocattolo molto costoso, ammaliante quanto potenzialmente inquietante. Perché se è vero che la fascinazione per il progresso ci spinge ad ammirare queste macchine, è altrettanto vero che la loro applicazione pratica, in un paese come la Cina, non sembra orientata allo sport né allo spettacolo.
Polizia senza contatto fisico: droni e cani robot nelle piazze
Lo conferma, indirettamente, uno studio della Polizia Armata Cinese (PAP), che ha lasciato gli osservatori internazionali basiti per la sua chiarezza: il futuro della gestione dell’ordine pubblico, secondo quel documento, sarà affidato in larga parte all’intelligenza artificiale. Non più scontri diretti, manganelli e scudi, ma droni, veicoli blindati senza equipaggio e cani robot – ne abbiamo già visti all’opera in qualche esercitazione – pronti a intervenire senza alcun contatto fisico con i manifestanti. La tradizionale tenuta antisommossa, con gli agenti in prima linea, lascerebbe progressivamente il posto a un modello operativo dove gli esseri umani coinvolti avrebbero un solo compito residuale: indicare i limiti etici che le macchine, da sole, non possono comprendere. Un azzardo, quest’ultimo, che molti critici ritengono già perdente in partenza.
Dalla cronaca nera all’inchiesta: il volto asettico del controllo
Rispetto ad altri episodi di cronaca nera, dove la violenza fisica lascia segni indelebili, qui il salto di qualità – o di qualità, a seconda del punto di vista – è rappresentato dall’assenza di tracce dirette. Chi viene disperso da un drone o bloccato da un cane robot non può denunciare un abuso fisico nel senso tradizionale del termine. Eppure, il controllo esercitato è persino più pervasivo, perché prescinde dalla stanchezza, dall’errore umano, dalla possibile esitazione morale dell’agente. Le nuove “frecce” nella faretra della Polizia Armata Popolare coincidono con una sorveglianza continua, algoritmica, capace di gestire folle numerose senza un solo agente in uniforme che debba sporcarsi le mani. Quel che ammiriamo come avanguardia tecnologica – robot che corrono, che riconoscono volti, che seguono un bersaglio senza stancarsi mai – potrebbe rivelarsi, negli scenari meno edificanti, lo strumento di una repressione asettica ma inarrestabile. Il signor Zhang, quella domenica del 2022, non fu arrestato né fermato. Ma probabilmente, da qualche parte, una macchina lo aveva già identificato, catalogato e archiviato. Senza mai emettere un suono.
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