Smartphone prima di dormire, l’allarme di Bassetti: “Problemi seri per cuore e cervello”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’abitudine, ormai radicata a tal punto da essere diventata per molti una sorta di rituale propedeutico al sonno, di portare con sé il dispositivo digitale sotto le coperte o di tenere lo schermo acceso fino all’ultimo istante prima di chiudere gli occhi, nasconde insidie che pochi, forse, sono ancora disposti a considerare con la dovuta serietà. A rimettere il tema al centro del dibattito, con la schiettezza che gli è consueta, è il professor Matteo Bassetti, che dal proprio profilo Instagram ha deciso di accendere un faro – o forse sarebbe più corretto dire di spegnerne uno – su quella che a tutti gli effetti può essere definita una pessima abitudine dai contorni epidemiologici. Il direttore del reparto malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova non usa mezzi termini nel descrivere la cascata di conseguenze negative scatenata da un gesto tanto banale quanto, a suo dire, pericoloso: l’esposizione alla luce, anche quella più fioca e apparentemente innocua, nelle ore che precedono il riposo notturno.

Luce “poca ma bastarda”: la fisiologia tradita

Il ragionamento proposto dall’infettivologo si spinge ben oltre la semplice constatazione che il sonno venga frammentato o posticipato. Bassetti spiega che il umano, esposto a determinate lunghezze d’onda tipiche degli schermi di smartphone e tablet, finisce per diventare “bersaglio” di disturbi che non hanno nulla di trascurabile. “Basta poca luce, pochissima, diffusa prima di dormire”, scrive, per innescare una reazione a catena capace di compromettere organi vitali. Il cuore e il cervello, in particolare, risultano essere i recettori principali di questo stress indotto, che altera i ritmi circadiani su cui si basa la rigenerazione fisiologica notturna. È una questione che riguarda la biologia più elementare, quella che ci ricorda come la melatonina, l’ormone del sonno, venga inibita proprio dalle emissioni luminose a cui ci esponiamo volontariamente, illudendoci di poter ingannare l’orologio biologico senza conseguenze.

Un avvertimento che mira ai più giovani

A rivolgersi direttamente ai ragazzi, forse i più inclini a trascorrere ore notturne con lo sguardo fisso sulla schermata luminosa, è un appello che Bassetti sintetizza con una formula efficace quanto allarmante: “Il telefono di notte ruba energia”. Non si tratta, nelle sue parole, di una metafora letteraria, ma di un dato fisiologico preciso. Il dispositivo che teniamo in mano, concepito per catturare l’attenzione e trattenerla il più a lungo possibile, diventa così un sottrattore silenzioso di risorse fondamentali per l’organismo. Le sue considerazioni, veicolate attraverso i canali social che lui stesso utilizza per il confronto diretto con il pubblico, si inseriscono in un filone di studi sempre più concordi nel correlare l’uso serale e notturno di questi strumenti con un incremento dello stato di ansia, della difficoltà di concentrazione diurna e, sul lungo periodo, con un’usura del sistema cardiovascolare.

La cronaca di un’abitudine senza vie di mezzo

Non si tratta, in questo caso, di un’analisi epidemiologica legata a patologie infettive – il campo di cui Bassetti è noto specialista – ma di un intervento di natura divulgativa che mette in guardia da un comportamento ormai così diffuso da rasentare la normalità. L’abuso del cellulare prima di coricarsi, nella sua analisi, non è un vezzo ma un fattore di rischio concreto. L’uso degli smartphone, così come dei tablet o di qualsiasi dispositivo elettronico provvisto di retroilluminazione, viene inquadrato come una variabile capace di compromettere non solo la qualità del riposo, ma di aprire le porte a disturbi “anche seri”. La puntualizzazione, arrivata senza giri di parole, serve a ristabilire un principio: il sonno non è un semplice tempo morto, ma una funzione attiva e imprescindibile per la manutenzione dell’organismo. E la luce artificiale, quella che filtra dai nostri schermi anche quando pensiamo di aver ridotto al minimo la luminosità, rappresenta una interferenza che il non è in grado di metabolizzare senza pagarne il prezzo.

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