Khamenei: “Usa e Israele hanno subito una bruciante sconfitta” e ora puntano alla guerra psicologica
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Redazione Esteri
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La retorica della Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si fa sempre più incisiva nel descrivere lo stato del conflitto che oppone Teheran a Washington e Tel Aviv. In un messaggio scritto diffuso in occasione dell’anniversario della morte dell’ayatollah Khomeini, il leader ha infatti rivendicato un esito inequivocabile dello scontro diretto – che lui definisce una “bruciante sconfitta” per il “nemico malvagio” – per poi spostare l’attenzione su quella che considera la nuova fase della guerra, una fase fatta di inganni e di logoramento psicologico più che di scontri a fuoco.
L’analisi proposta da Khamenei, letta da un suo rappresentante durante le manifestazioni nella capitale, dipinge il quadro di un avversario che, umiliato militarmente, avrebbe cambiato strategia per cercare di minare la Repubblica islamica dall’interno.
La strategia dell’umiliazione e il cambio di paradigma
Secondo quanto riportato dalla tv di Stato e dalle agenzie, Khamenei ha sostenuto che Stati Uniti e Israele, dopo aver incassato un “colpo decisivo” da parte delle forze armate iraniane, si troverebbero ora in uno stato di “profonda e significativa umiliazione”, sia sul campo di battaglia sia nell’arena pubblica. È proprio da questa posizione di debolezza, a suo dire, che scaturirebbe la nuova offensiva nemica, un piano che non prevede più l’uso esclusivo della forza bruta ma che mira a piegare la resistenza interna.
“Il loro strumento principale – si legge nel messaggio – è ormai quello di seminare i semi del dubbio, della disperazione, della paura, della sfiducia e della divisione” tra la popolazione iraniana. Una diagnosi, quella della Guida, che serve a preparare il popolo a quelle che definisce le “subdole” manovre dell’imperialismo globale, il quale non accetterebbe mai l’esistenza di un’identità iraniana “forte e inflessibile” al confine orientale della cosiddetta “Grande Israele”.
Il messaggio a Trump e la mobilitazione interna
Il discorso di Khamenei, tenuto a poche ore di distanza dalle dichiarazioni del presidente americano – che aveva ipotizzato un possibile incontro con la Guida – assume quindi i toni di una rampogna diretta all’inquilino della Casa Bianca, pur senza mai rivolgersi a lui in prima persona. Il leader iraniano ha esortato la “cara nazione iraniana” a rimanere “salda, lucida e unita” di fronte a quello che ha definito un “piano di guerra ibrida” orchestrato dagli alleati.
L’accusa, in questo caso, è che dopo aver fallito sul terreno militare, il nemico stia cercando di ottenere ciò che non è riuscito a conquistare con le bombe: la disgregazione del tessuto sociale e la rottura del patto di lealtà tra il popolo e il sistema religioso. Khamenei ha insistito particolarmente sul ruolo dei funzionari pubblici, ammonendo che qualsiasi atto capace di generare pessimismo o frustrazione nella popolazione costituirebbe di fatto un aiuto concreto al nemico.
La narrazione della vittoria come atto di resistenza
In questo contesto, la proclamazione di una vittoria schiacciante – per quanto difficile da verificare sul campo – diventa essa stessa un’arma di difesa nazionale. Dichiarando che “il nemico malvagio è stato sconfitto nello scontro” diretto, l’ayatollah Mojtaba Khamenei ha cercato di blindare il fronte interno contro le possibili crepe psicologiche che potrebbero aprirsi a causa delle pressioni diplomatiche e delle sanzioni.
L’appello alla coesione e alla messa al bando della sfiducia reciproca, diffuso attraverso i canali ufficiali e rilanciato sui social, rappresenta il tentativo più esplicito, da quando è succeduto al padre, di arginare il contagio del dissenso e di presentare la Repubblica islamica come un baluardo inespugnabile, capace di metabolizzare gli attacchi esterni e di rigettarli sotto forma di una rinnovata identità nazionale. La guerra, suggerisce Khamenei, non è finita; ha semplicemente cambiato natura, spostandosi dal dominio dei missili a quello delle percezioni.




