Smartphone e pc più cari, la tempesta dei prezzi si abbatte su memorie e processori
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’onda lunga dell’intelligenza artificiale, quella stessa che ha trainato le borse e acceso l’immaginario collettivo, sta per infrangersi contro i portafogli dei consumatori, portando con sé un incremento dei costi dell’hardware che non si vedeva da anni. Non si tratta, questa volta, della classica fluttuazione stagionale dei listini, ma di una ristrutturazione profonda della filiera produttiva: i chip di memoria, ovvero RAM e storage SSD, e i processori stanno subendo rincari talmente consistenti da far prevedere, per il 2026, un balzo dei prezzi al dettaglio di laptop e smartphone che in alcuni casi potrebbe sfiorare il quaranta per cento. A lanciare l’allarme, incrociando dati e previsioni, sono i principali istituti di ricerca come TrendForce, Omdia e Gartner, i cui rapporti dipingono lo scenario di un settore costretto a rivedere le proprie gerarchie interne, laddove i componenti un tempo considerati merce comune diventano ora beni preziosi e contesi.
L’appetito insaziabile dell’intelligenza artificiale
Alla radice del problema, come spesso accade nelle dinamiche complesse del mercato globale, non c’è un’unica causa, ma un concorso di fattori che si alimentano a vicenda. Da un lato, la domanda spasmodica di data center capaci di addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale ha letteralmente risucchiato l’offerta di memorie ad alte prestazioni: i produttori coreani, Samsung e SK Hynix in testa, hanno progressivamente dirottato le loro linee di produzione verso gli HBM (High Bandwidth Memory), chip estremamente redditizi utilizzati nei server, trascurando la produzione di DRAM e NAND più tradizionali destinate a pc e smartphone. A questo si aggiungono le difficoltà sul fronte dei processori: Intel, alle prese con una complessa transizione verso nuove architetture e con la riorganizzazione della propria capacità produttiva, avrebbe già ritoccato al rialzo i prezzi di alcune cpu per laptop, con incrementi che per i modelli di fascia più bassa superano il quindici per cento; una mossa, quest’ultima, che complica ulteriormente i piani dei produttori di computer, già alle prese con i rincari della memoria.
L’effetto moltiplicatore sul costo finale
L’impatto di queste dinamiche sul prezzo finale di un dispositivo, del resto, non è lineare, ma segue piuttosto una logica moltiplicativa. Se il costo della materia prima aumenta, il produttore, che deve pur mantenere un margine, si trova costretto a ritoccare il prezzo di listino, e lo stesso farà il distributore, con un effetto a cascata che amplifica il rincaro iniziale. Le simulazioni condotte da TrendForce su una macchina dal costo di novecento dollari sono emblematiche: se la memoria, che un anno fa incideva per circa il quindici per cento sul totale dei componenti, oggi ne rappresenta oltre il trenta, e se a questo si somma l’aumento del processore, la loro incidenza combinata sul costo di produzione sale dal quarantacinque al cinquantotto per cento. Per mantenere inalterati i profitti, insomma, l’intera filiera non avrebbe altra scelta che riversare il maggior esborso sul consumatore, con un adeguamento che, per i modelli più diffusi, potrebbe tradursi in un esborso aggiuntivo di diverse centinaia di euro.
La testimonianza di un mercato senza più scorte
Che non si tratti di semplici proiezioni teoriche, ma di una tendenza già in atto, lo dimostrano le cronache di aziende come Framework, un piccolo produttore americano noto per la filosofia modulare e riparabile dei suoi portatili, solitamente attento a non gravare sui clienti con costi imprevisti. Ebbene, Framework, con una trasparenza che rasenta l’auto-flagellazione commerciale, ha annunciato per il terzo mese consecutivo un aumento dei listini dei moduli di memoria ddr5, e ora anche di alcuni ssd e processori Intel. I prezzi per gigabyte, che nell’estate del 2025 si aggiravano sui quattro-cinque dollari, sono lievitati fino a toccare quota diciotto dollari a marzo 2026, con un incremento percentuale a tre cifre che fotografa con precisione la drammaticità della situazione. In particolare, la carenza di processori come il Core i5-1334U, utilizzato nei modelli di fascia media, rivela una strategia industriale precisa da parte di Intel: concentrare le risorse sui chip più innovativi e redditizi, lasciando in secondo piano le forniture per le configurazioni d'ingresso, quelle stesse che rischiano di sparire dal mercato.
Ripercussioni a catena e nuovi equilibri di settore
L’onda d’urto, inevitabilmente, non si ferma alla sola componentistica, ma si riverbera sull’intero ecosistema produttivo, ridisegnando i rapporti di forza tra i grandi player. HP, ad esempio, ha dovuto ammettere che la voce “memoria” incide oggi per il trentacinque per cento sul costo dei materiali di un suo pc, una quota più che doppia rispetto a pochi mesi fa, e la società ha già fatto sapere che non assorbirà questi costi, trasferendoli a valle. Dall’altra parte, persino colossi come Apple, solitamente capaci di imporre le proprie condizioni grazie agli enormi volumi di acquisto, si trovano a dover cedere il passo: per assicurarsi la fornitura di RAM LPDDR5X destinata ai prossimi iPhone, Cupertino avrebbe dovuto accettare rincari fino al sessanta per cento, una resa che testimonia come la scarsità di chip stia ribaltando le gerarchie consolidate. Il mercato, insomma, sta entrando in una fase di turbolenza destinata a durare, con gli analisti di Morgan Stanley che già prevedono un crollo delle spedizioni di pc superiore al dieci per cento su base annua, un dato che, se confermato, segnerebbe il passo più marcato dal 2022.




