Il racconto straziante di Paola Caruso a Verissimo: la morte della madre e il legame spezzato con il padre

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La voce si incrina, il dolore affiora senza filtri nel salotto di Verissimo, dove Silvia Toffanin accoglie Paola Caruso in una di quelle domeniche pomeridiane che diventano confessionale pubblico. La soubrette, il cui percorso è stato segnato da prove non facili, ripercorre gli ultimi, brutali giorni, quelli in cui la vita le ha strappato, in rapida successione, due presenze fondamentali. La prima è quella della madre adottiva Wanda, scomparsa all’improvviso, un evento talmente inatteso e lacerante da essere stato inizialmente percepito, come lei stessa rivela, quasi come «uno scherzo» al telefono, una notizia tanto assurda da spingerla a riagganciare, in un istinto di difesa. Poi, quasi a sigillare un periodo di lutto concentrato, la perdita del cavallo Camillo, animale caro che rappresentava un ultimo, tenero filo con la figura paterna.

Un dolore che arriva come un’onda

Non c’è stato, per lei, il tempo di prepararsi, di assorbire un colpo prima che ne giungesse un altro. «È successo tutto all’improvviso», racconta, descrivendo quel dolore che arriva come un’onda e spazza via ogni cosa. La sua narrazione, tra le lacrime, si sofferma sui tentativi compiuti per salvare la madre, sull’amore tradotto in azioni concrete: l’operazione, il trasferimento in una struttura più vicina, per poterla assistere meglio, per non lasciarla sola. Gesti che ora, nella vuota assenza, si caricano di un significato ancora più profondo e, al contempo, appaiono come frammenti di una battaglia già persa in partenza contro il fato. «Ho fatto di tutto per aiutarla, per tenerla in vita», ripete, in una frase che racchiude tutta la disperazione di chi si è speso senza risparmio.

L’ultimo legame con il padre si spezza

Se la morte della madre rappresenta il crollo di un pilastro affettivo primario, la scomparsa dell’animale aggiunge una sfumatura di simbolica cesura alla sua storia familiare. Camillo non era semplicemente un cavallo, ma incarnava, per Paola Caruso, «l’ultima parte che mi legava a mio padre». In quel duplice lutto, quindi, sembra essersi compiuto un distacco definitivo dalla generazione precedente, una sorta di orfanezza totale che lei sintetizza con parole che suonano come una sentenza: «La vita mi ha tolto tutto». Una percezione di svuotamento radicale, dove il passato si fa improvvisamente remoto e il presente resta da riempire con il solo peso della memoria.

La fatica del realizzare l’assenza

C’è, nel suo racconto, la dimensione straniante e quasi onirica che segue una perdita improvvisa, quella in cui la mente fatica ad accettare l’evidenza dei fatti. «Non mi rendo conto che non ci sia più», ammette, sottolineando come la scomparsa di una persona amata non sia un evento che si consuma in un atto singolo, ma un processo lungo di consapevolezza, a tratti intermittente. L’averla spostata di struttura, l’averla avvicinata, rende forse ancora più immediato e tangibile il suo non esserci più in quel luogo, in quello spazio pensato per la cura. Quel «se n’è andata così…», lasciato in sospeso, racchiude tutta l’incomprensibilità di un addio senza preavviso, che nega anche la possibilità di una chiusura.

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