Il deragliamento del tram 9 a Milano e la verità frammentata tra dolore e indagini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Milano, con il procuratore Marcello Viola e la pm Elisa Calanducci, procede speditamente nell'inchiesta sul disastro ferroviario di viale Vittorio Veneto, quel pomeriggio di venerdì 27 febbraio in cui un Tramlink di ultima generazione è uscito dai binari provocando due morti e decine di feriti. Al centro dell’attenzione, inevitabilmente, c’è la figura del conducente, Pietro M., sessant’anni, una carriera lunga trentaquattro anni alle spalle e ora indagato non solo per omicidio colposo e lesioni, ma anche per disastro ferroviario colposo, un’ipotesi di reato che gli consente di nominare propri consulenti tecnici in vista degli accertamenti irripetibili. L’uomo, che secondo i primi riscontri avrebbe saltato la fermata precedente all’incrocio, ha parlato di un malore sopraggiunto dopo un trauma al piede sinistro – avvenuto durante la salita di un passeggero in sedia a rotelle – ma i magistrati, che hanno posto sotto sequestro il suo cellulare e i tabulati, non escludono al momento alcuna pista, compresa quella di una fatale distrazione.

Il giallo delle vittime e la pietas di don Selmi

Nel frattempo, mentre i rilievi tecnici della squadra controllo esercizio superficie di Atm proseguivano nella mattinata di lunedì 2 marzo, è emersa la verità sull’identità delle due persone decedute. Un drammatico scambio di persona aveva inizialmente attribuito il secondo decesso a Abdou Karim Tourè, cinquantaseienne senegalese, in realtà ancora vivo seppur in condizioni gravissime. La vittima, invece, è Okon Johnson Lucky, cittadino nigeriano che avrebbe compiuto cinquant’anni il prossimo agosto. E proprio sulla scia di questa rettifica, che restituisce un nome e una storia a chi non c’è più, si è levata alta e chiara la voce di don Claudio Selmi, parroco di San Camillo de Lellis, che con una semplicità quasi disarmante ha voluto ribadire un concetto fondamentale, al di là delle nazionalità e delle etichette: “Sul tram deragliato non c’erano cittadini e clandestini. Solo fratelli e sorelle”. Parole che riecheggiano nel silenzio di una città scossa, ricordando come la morte, nella sua tragica uniformità, annulli ogni distinzione e ponga tutti di fronte alla stessa, nuda umanità.

I rilievi tecnici e il mistero dei pochi secondi di buio

L’attenzione degli inquirenti si è concentrata in particolare sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza e sulle comunicazioni intercorse tra il mezzo e la centrale operativa di via Monte Rosa, dove sono stati effettuati sequestri di documentazione tecnica e brogliacci. Un elemento, in particolare, ha acceso i riflettori: la telecamera frontale del Tramlink, secondo quanto riportato, avrebbe smesso di funzionare per alcuni secondi, spegnendosi poco prima della fermata “saltata” dal conducente e riaccendendosi istanti prima dello schianto contro l’edificio all’angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto. Un’anomalia, quasi un “buco nero” di pochi istanti, che gli investigatori dovranno chiarire: fu un guasto tecnico, un calo di tensione improvviso o la spia di un evento occorso a bordo? La scatola nera del mezzo, che verrà aperta nei prossimi giorni con la formula dell’accertamento tecnico irripetibile, potrà fornire risposte cruciali, incrociando i dati sulla velocità – ritenuta elevata da alcuni testimoni, come la compagna di una delle vittime -7 – con le condizioni psico-fisiche del conducente e l’efficienza del sistema frenante cosiddetto “a uomo morto”.

L’ipotesi del malore e le verifiche in corso

L’autista, difeso dall’avvocato Benedetto Tusa, ha finora mantenuto un profilo riservato, dichiarandosi ancora troppo provato per essere ascoltato formalmente dai magistrati. La sua versione, incentrata su una sincope vasovagale probabilmente conseguente al trauma contusivo al piede, dovrà trovare riscontri oggettivi. I sanitari che lo hanno in cura non escludono questa possibilità, ma saranno le analisi dei tabulati telefonici, per verificare se il dispositivo fosse in uso al momento del sinistro, e i dati della scatola nera a delineare un quadro più preciso. Quel che è certo è che il tram 9, un mezzo di nuova generazione su cui l’azienda di trasporto pubblico milanese aveva puntato, ha improvvisamente deviato il suo corso, e ora la magistratura, passo dopo passo, sta cercando di ricostruire il perché, in un’indagine che si preannuncia complessa e articolata, fatta di perizie, consulenze e atti tecnici, nel tentativo di dare un nome e una causa a una tragedia che ha spezzato vite e lasciato ferite profonde nel e nell’anima di una città.

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