La Juve e il nodo Champions: dentro la corsa che vale un futuro, tra plusvalenze mancate e i rimpianti della Next Gen
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Redazione Sport
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La precisazione, doverosa, è che Kenan Yildiz alla Juventus si sente a casa. Ha trovato un ambiente, spiegano, che lo ha messo al centro di un progetto tecnico il quale, nelle intenzioni della dirigenza, dovrebbe rappresentare la base per il prossimo ciclo. E qui, però, si innesta la cruda realtà, o meglio quegli scenari che il prosieguo della stagione potrebbe riservare qualora gli sviluppi del campo non seguissero i piani dell’amministratore delegato Damien Comolli e di chi, con lui, guida le scelte strategiche. La Champions League, insomma, non è solo un obiettivo sportivo, ma la vera leva per blindare il giovane turco. Perché la partecipazione alla massima competizione europea non garantisce soltanto un tesoretto—la strada percorsa fino all’esclusione di quest’anno ha fruttato circa 64 milioni di euro—ma conferisce ai calciatori del club un status che li rende più difficilmente attaccabili da eventuali corteggiamenti. Senza quella vetrina, il rischio è che anche la sensazione di “casa” possa vacillare di fronte a certe opportunità di mercato.
L’altro fronte, quello dei conti, s’intreccia con una politica di gestione che sta facendo discutere.
Negli ultimi sei anni, la Juventus ha speso sul mercato della prima squadra una cifra che si avvicina agli 875 milioni di euro, un investimento massiccio che, tuttavia, non è mai riuscito a tradursi in un piazzamento superiore al terzo posto in classifica. Per alimentare queste operazioni—talvolta rivelatesi deludenti—i bianconeri hanno utilizzato i giovani della Next Gen come una sorta di “bancomat”. La strategia, se da un lato ha permesso di far quadrare i conti in momenti delicati, dall’altro ha generato una serie di rimpianti che oggi la Gazzetta dello Sport ha raccolto in una vera e propria top 11. Giocatori cresciuti nel vivaio, ceduti per somme importanti, stanno affermandosi altrove con valutazioni che, sommate, supererebbero abbondantemente i 300 milioni di euro contro i circa 120 incassati all’epoca. Una differenza che pesa come un macigno nella valutazione della pianificazione a lungo termine.
Il paradosso, nella gestione delle risorse, è che mentre si insegue la Champions per non perdere Yildiz, ci si trova a fare i conti con chi Yildiz avrebbe potuto affiancarlo.
Tra i nomi di quella lista, spicca quello di Nicolò Fagioli, ma accanto a lui ce ne sono molti altri che oggi rappresentano esempi di come la valorizzazione incompleta del settore giovanile possa trasformarsi in un’opportunità persa. La politica dei sacrifici, insomma, ha spesso privilegiato la soluzione immediata—la cessione del giovane per finanziare l’acquisto del giocatore già affermato—senza che quest’ultimo garantisse poi il salto di qualità sperato. E ora, con la rosa attuale, la dirigenza si trova a dover gestire un equilibrio delicato: da un lato la necessità di trattenere i talenti più promettenti, dall’altro la difficoltà oggettiva di sostenere certi costi senza il flusso di cassa garantito dalla Coppa dai grandi occhi.
Il rinnovo di Luciano Spalletti, poi, rappresenta il primo atto per indirizzare il mercato estivo, ma il secondo tassello è più in bilico del primo.
È la certezza—o l’incertezza—della partecipazione alla prossima Champions League a fare la differenza. Perché per i calciatori, come si diceva, assumere uno status superiore è quasi una conseguenza naturale della selezione che impone il torneo. Per la società, invece, è la differenza tra poter programmare con ambizione o dover nuovamente operare in regime di autocontrollo, magari rivedendo le valutazioni di quei gioielli che, come Yildiz, oggi rappresentano il futuro. Il nodo, dunque, è tutto qui: la corsa al quarto posto non è solo un obiettivo stagionale, ma il perno su cui ruotano le scelte di mercato, la tenuta dell’umore dei singoli e la credibilità di un progetto che, per troppi anni, ha dovuto fare i conti con rimpianti più grandi delle soddisfazioni.




