Oltre la porta santa: il peso di un tempo sospeso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «In carcere il tempo non passa: si deposita». Le parole di Goliarda Sapienza, che risuonano come un monito profondo, descrivono un’esperienza esistenziale radicalmente altra, dove il Capodanno – come qualsiasi altra scansione civile – si trasforma in una mera finzione cronologica, del tutto priva di effetti concreti. Mentre fuori le lancette corrono inarrestabili e i calendari si rinnovano tra buoni propositi, dietro le sbarre i giorni, privi di aperture e di respiro, si accumulano l’uno sull’altro in un grigiore indistinto, gravidi di un peso che annulla ogni prospettiva di futuro. Su questo universo parallelo, chiuso e soffocante, il Giubileo appena concluso ha acceso i riflettori con una forza profetica, mostrando, attraverso gesti simbolici di raro impatto, l’abisso che separa la vita reclusa dalle narrazioni ufficiali.

Un gesto simbolico che ha squarciato il velo

Fu proprio papa Francesco, aprendo le celebrazioni dell’Anno Santo, a compiere il gesto più significativo e carico di significato, chiedendo l’apertura di una “porta santa” nel carcere di Rebibbia – elevato a basilica della sofferenza – dopo quella della basilica vaticana. Un’azione, quella del pontefice, che ha trovato un potente completamento nella Messa finale, partecipata da migliaia di detenuti e alla quale hanno presenziato, insieme, due Papi e il presidente della Repubblica. Quelle immagini, trasmesse in mondovisione, hanno mostrato a tutti, senza possibilità di equivoci, la cruda realtà fatta di sovraffollamento endemico, di vulnerabilità estrema e di tragedie silenziose, come i troppi suicidi. Eppure, nonostante quella luce potentissima, alla politica – che pure assisteva – è mancato il coraggio di tradurre la commozione in un gesto concreto di umanità, lasciando cadere nel vuoto la speranza di un vero cambiamento.

Il paradosso di un sistema allo stremo

Quella speranza disattesa risuona con amarezza nelle parole del garante dei detenuti di Palermo, il quale fotografa una situazione “gravissima”, comune a moltissime città italiane. Nelle tre strutture palermitane, alcune delle quali vetuste e inadeguate, si registra un affollamento costante, con quasi duemila persone stipate in spazi concepiti per accoglierne molte meno. È uno scenario che si riproduce in tutta la penisola, configurando un paradosso stridente: mentre le statistiche registrano un calo generale dei reati, le carceri continuano a essere stipate oltre ogni limite di legge e di dignità. Basta entrare in una sezione di transito per comprenderlo: pochi metri quadrati calpestabili, letti a castello che occupano ogni spazio, un’aria ferma e il gocciolio lento di un rubinetto che scandisce un tempo vuoto. Una condizione che, nonostante tutto, viene ancora bollata come “regolare” dalle carte ufficiali.

L’eredità del Giubileo e la strada ancora da fare

Il messaggio lanciato durante l’Anno Santo, quindi, rimane più che mai attuale, una eredità scomoda e irrisolta. Ha avuto il merito di portare alla coscienza collettiva la verità di un sistema penitenziario che, lontano dagli occhi, spesso opera in una condizione di permanente emergenza umanitaria. Quella “porta santa” aperta a Rebibbia era un invito esplicito a varcare una soglia metaforica, a riconoscere che la pena, per quanto giusta, non può mai tradursi nella negazione della persona e nella cancellazione della speranza. Ora che i riflettori mediatici si sono spenti, resta il compito, tutto terreno e politico, di ascoltare quel grido di sofferenza e di tradurlo in scelte coraggiose, che affrontino finalmente le cause strutturali del sovraffollamento e restituiscano al tempo della detenzione un senso, oltre che una misura certa. Un percorso lungo, la cui strada è stata indicata, ma che attende ancora di essere intrapresa con decisione.

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