Superman, il film di James Gunn: essere buoni è una rivoluzione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il nuovo Superman di James Gunn, atteso e al tempo stesso temuto, rappresenta molto più di un semplice blockbuster estivo. Con il compito non semplice di inaugurare ufficialmente il rilanciato universo DC sotto la guida dello stesso Gunn e di Peter Safran, il film si trova a dover dimostrare che i supereroi possono ancora sorprendere in un panorama cinematografico saturo, dove l’originalità sembra ormai merce rara.
Fin dalle prime proiezioni, il botteghino ha risposto con numeri significativi: secondo The Hollywood Reporter, le anteprime hanno già fruttato 21 milioni di dollari, cifra a cui si aggiungono i 55 milioni incassati nel solo venerdì di apertura negli Stati Uniti. Un risultato che, seppure lontano dai picchi del genere in anni passati, conferma l’interesse del pubblico per un personaggio iconico come l’Uomo d’Acciaio, soprattutto in una versione che promette di rinnovarne il mito senza tradirne l’essenza.
Proprio questa essenza, del resto, è al centro della pellicola. Gunn, regista noto per la sua capacità di mescolare umorismo e pathos, sceglie di puntare su un Superman che non ha paura di essere, semplicemente, buono. In un’epoca in cui i protagonisti dei cinecomic oscillano tra il cinismo e l’autoironia, la scelta di tornare a un eroe genuinamente altruista assume quasi un valore sovversivo. Non si tratta di ingenuità, ma di una dichiarazione d’intenti: la bontà, quando è autentica, può ancora essere rivoluzionaria.
Tra gli elementi che hanno acceso il dibattito ci sono le due scene post-credits, inserite con una logica diversa rispetto alla tradizione del genere. Se di solito questi momenti servono a gettare le basi per futuri crossover, qui sembrano piuttosto chiudere un cerchio narrativo, rinunciando a una funzione puramente promozionale. Una scelta che, in controtendenza, ribadisce l’intenzione di Gunn di privilegiare la coerenza del singolo film rispetto a un disegno più ampio.




