Putin celebra il Natale ortodosso con i servizi segreti, ai bambini parla di guerra come missione sacra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le telecamere dei media di stato hanno immortalato una cerimonia dai toni insieme sacri e marziali, mentre il presidente russo Vladimir Putin, partecipando alla funzione per il Natale ortodosso, ha scelto ancora una volta di mescolare i piani della fede religiosa e della retorica bellica. La veglia, celebrata secondo il rito giuliano, si è svolta all’interno di una chiesa dedicata a San Giorgio Il Vittorioso – un santo tradizionalmente associato al valore militare – la cui collocazione geografica precisa non è stata divulgata. Fonti indipendenti, però, ne situano l’ubicazione nel perimetro di una importante base operativa del Gru, il servizio di intelligence militare attorno al quale gravitano numerose inchieste internazionali per presunti atti di sabotaggio e operazioni sotto copertura in diversi paesi occidentali. Una scelta, quella del luogo, che appare tutt’altro che casuale e che proietta un’ombra di segretezza sull’intera celebrazione.

Un messaggio ai servizi e alle nuove generazioni

Al termine della liturgia, Putin ha rivolto un discorso improvvisato non solo agli ufficiali dell’intelligence presenti in uniforme con le loro famiglie, ma anche a un gruppo di bambini. Tra questi, le immagini diffuse mostrano almeno due minori vestiti con divise militari in miniatura, un particolare iconografico che ha sollevato non poche perplessità. Agli adulti, uomini del reparto spesso indicato come il “braccio operativo” all’estero del Cremlino, il presidente ha augurato buone feste, ma ha immediatamente legato il significato della ricorrenza al conflitto in corso. Ha affermato, con tono grave, che i soldati russi in Ucraina “combattono per una missione sacra”, inserendo così la guerra in un quadro di valore trascendente e quasi escatologico.

La sacralizzazione del conflitto

Il concetto è stato ribadito e ulteriormente esplicitato nel dialogo con i bambini. Rivolgendosi a loro, Putin ha usato parole ancora più nette, dichiarando che i guerrieri russi “hanno sempre svolto, come se fosse un ordine del Signore, la missione di difendere la Patria e il suo popolo”. Questa formulazione, che assimila il dovere militare a un comandamento divino, rappresenta l’ultimo tassello di una narrazione che, da mesi, cerca di legittimare le operazioni belliche attribuendo loro una benedizione superiore. È una retorica che, spogliando il conflitto della sua dimensione politica e strategica, lo trasfigura in una crociata, in una lotta tra il bene e il male dove il soldato russo diventa un esecutore della volontà celeste.

Il contesto di un rituale ripetuto

Quella del 7 gennaio scorso non è stata una presenza isolata, bensì la terza consecutiva in cui Putin ha optato per celebrare la vigilia di Natale ortodosso in compagnia di militari, abbandonando i tradizionali contesti pubblici o le cattedrali più famose. Questo ripetersi del rituale ne rafforza il significato simbolico, istituendo una sorta di nuova tradizione che cementa il legame indissolubile tra il potere spirituale della Chiesa ortodossa, quella che molti definiscono la “Terza Roma”, e l’apparato di sicurezza nazionale. La scelta di farlo in una base del Gru, un organismo la cui attività è spesso avvolta nel mistero e al centro di indagini per episodi di cronaca nera in Europa – dagli avvelenamenti agli attentati dinamitardi, condotti senza che sia mai semplice ricostruire una catena di comando diretta – aggiunge un ulteriore strato di interpretazione. Essa sembra suggerire una piena approvazione e una benedizione presidenziale per quelle operazioni “in ombra” che i servizi portano avanti, operazioni le cui conseguenze giudiziarie continuano ad essere investigate dalle procure di vari paesi.

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