Cacciari contro Meloni dopo le proteste: "Non ha fatto un piffero di niente"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Massimo Cacciari non le manda a dire al governo dopo il fine settimana di disordini che ha messo a ferro e fuoco Milano e Bologna. Intervistato da La Stampa, il filosofo ed ex sindaco di Venezia ha respinto al mittente l'invito rivolto dalla presidente del Consiglio alle opposizioni affinché condannassero senza ambiguità le violenze. La sua risposta è stata tranchant: «Può essere lei a fare l'analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente?».

Una stoccata diretta a Giorgia Meloni, ma che Cacciari tiene subito a inquadrare in un orizzonte più ampio, perché la responsabilità, a suo dire, non ricade soltanto sull'attuale esecutivo.

La crisi della classe dirigente europea

Il bersaglio polemico si allarga, nelle parole dell'ex primo cittadino lagunare, a un'intera generazione di governanti. «Non è che la colpa sia solo sua», precisa infatti riferendosi alla premier, bensì «di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent'anni». Un'accusa che Cacciari argomenta ricordando come, per decenni, i governi del Vecchio Continente abbiano tenuto in piedi il patto sociale garantendo una crescita costante di diritti, servizi e benessere.

Quel meccanismo, sostiene, si è inceppato da tempo e in Italia più che altrove, lasciando sul campo una frustrazione che ora esplode nelle piazze.

La frattura generazionale e le ragioni della protesta

Alla base dei cortei che hanno attraversato Milano e Bologna, per Cacciari, c'è «un'insoddisfazione radicale, una rottura generazionale» che non può essere liquidata come un episodio di teppismo. Le giovani generazioni, osserva, «si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze». E aggiunge che basta frequentare il mondo della scuola o avere contatti con i ragazzi per toccare con mano la profondità di una frustrazione maturata nei confronti di scelte politiche che definisce, senza mezzi termini, «vergognose».

Da qui la domanda retorica che il filosofo rivolge a chi governa: «Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?».

La condanna delle violenze e il richiamo alle politiche sociali

Cacciari non arretra di fronte alla richiesta di prendere le distanze dai disordini. «È ovvio che condanniamo le violenze», afferma, salvo poi precisare che il punto non può esaurirsi in una dichiarazione di condanna. «Per carità di Dio, su, questo è retorico», taglia corto, ammettendo che tra i manifestanti possano esserci «i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti».

Il nodo, per lui, resta un altro: chi si limita a denunciare gli scontri senza riconoscere che questi rappresentano «l'epifenomeno ultimo di una situazione drammatica» rischia di non fare alcun passo avanti nella comprensione del fenomeno.

La richiesta di politiche adeguate per i più deboli

La ricetta che Cacciari consegna alla politica è di natura strutturale. L'Europa, afferma, ha bisogno di «politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti». Il suo ragionamento muove da una concezione della democrazia che non si accontenta delle procedure: «La democrazia non è un'idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive».

Un richiamo che, nelle sue intenzioni, dovrebbe suonare come un campanello d'allarme per chi siede nei palazzi del potere, affinché si svegli prima che la distanza tra istituzioni e cittadini diventi incolmabile.

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