Fuochi d’artificio, la miniserie che racconta la Resistenza con gli occhi dei bambini
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non capita spesso che una fiction riesca a catturare l’attenzione del pubblico fin dal primo episodio, eppure Fuochi d’artificio, la nuova miniserie di Rai 1 diretta da Susanna Nicchiarelli, sembra esserci riuscita senza sforzo. Trasmessa a partire dal 15 aprile in prima serata, la produzione – tratta dall’omonimo romanzo di Andrea Bouchard – ha già acceso i social, dove si moltiplicano commenti entusiasti e confronti con altre opere, dai classici come I Goonies alle recenti produzioni sulla Resistenza.
Ambientata tra le montagne piemontesi negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, la serie segue le avventure di un gruppo di ragazzini che, con ingenuità e coraggio, si trovano coinvolti nella lotta partigiana. Quello che colpisce, oltre alla regia asciutta e alla sceneggiatura ben calibrata, è la scelta di raccontare un tema così complesso attraverso uno sguardo inedito: quello di protagonisti giovanissimi, costretti a crescere in fretta in un mondo dominato dalla violenza.
La trama, che evita toni didascalici senza rinunciare al rigore storico, si sviluppa in tre puntate, producendo un effetto di immediatezza che forse spiega il successo tra il pubblico. Se alcuni hanno paragonato la serie a La Storia di Jasmine Trinca, altri ne hanno sottolineato le differenze, soprattutto nell’approccio narrativo. Mentre quest’ultima si concentrava sulle conseguenze della guerra sugli adulti, Fuochi d’artificio sceglie una prospettiva più vicina al coming of age, mescolando avventura e dramma storico.
Non mancano, ovviamente, i riferimenti al contesto attuale. La messa in onda durante le celebrazioni per l’80° anniversario della Liberazione non è casuale, e la scelta di Rai 1 di proporre una storia così emblematica in un momento in cui l’antifascismo è al centro di polemiche politiche aggiunge un ulteriore strato di significato. Ma la forza della serie sta proprio nel suo evitare ogni retorica, preferendo mostrare, più che spiegare, cosa significasse per dei bambini vivere sotto l’occupazione.




