Assunzioni universitarie, tra accuse e meccanismi opachi: la credibilità dell'istituzione in bilico
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Redazione Interno
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Le accuse, quando si parla di reclutamento accademico, contano spesso meno per ciò che dimostrano e più per ciò che rivelano, ossia un deficit di fiducia diffuso, una convinzione radicata che i meccanismi siano viziati in partenza. Se ne è avuta un'ulteriore prova quando il senatore Andrea Crisanti, durante un'intervento parlamentare, ha affermato che, in molti concorsi universitari, "si sa già" chi vincerà, una dichiarazione la cui veridicità assoluta è forse meno rilevante della sua profonda plausibilità agli occhi di molti, dentro e fuori le aule degli atenei. Lo stesso Crisanti ha poi richiamato un dato strutturale, quello dell'"inbreeding" accademico, ovvero la scarsa mobilità dei ricercatori tra università diverse, indicando per l'Italia una percentuale vicina all'80%, ben al di sopra della media europea che si attesterebbe intorno al 55%. Una staticità che, di per sé, alimenta il sospetto di circuiti chiusi e di scelte poco trasparenti.
Il caso che ha fatto esplodere il conflitto tra docenti
Il dibattito teorico sui meccanismi di assunzione ha trovato un potente banco di prova in una vicenda specifica, veneta, che ha fatto deflagrare un conflitto tra alcuni dei nomi più noti dell'accademia italiana. Al centro c'è la nomina a professore ordinario di Riccardo Nocini, figlio dell'allora rettore dell'Università di Verona, avvenuta poco dopo la fine del mandato del genitore e a seguito di un concorso in cui il candidato era l'unico partecipante. Una procedura che ha immediatamente sollevato interrogativi, portando a un'interrogazione parlamentare dello stesso Crisanti e all'apertura di un'"indagine esplorativa" da parte della Procura di Verona, oltre a un esame da parte dell'Autorità nazionale anticorruzione. Fatti, questi, che hanno riacceso i riflettori su pratiche considerate da molti opache.
La reazione del mondo accademico e lo scontro sui metodi
La questione, tuttavia, non si è limitata alla singola vicenda giudiziaria o amministrativa, ma ha innescato un aspro confronto pubblico tra colleghi. Da una parte si sono schierati Andrea Crisanti e la virologa Ilaria Capua, dall'altra il professor Giorgio Palù, insieme ad altri tre docenti, in uno scontro che ha travalicato i confini accademici per approdare sulle pagine dei giornali. Le posizioni si sono irrigidite attorno a due poli: da un lato chi, come Crisanti, denuncia un sistema in cui i concorsi sono spesso una formalità, dall'altro chi ribatte con forza che le università italiane non sono più in mano ai "baroni" e che i concorsi vengono vinti dai "bravi". Uno scontro che si è intrecciato, in modo quasi emblematico, con un altro tema caldo, quello della riforma dell'accesso a Medicina, il cosiddetto "semestre filtro", dimostrando quanto il dibattito sul merito e sulla selezione sia oggi più che mai divisivo.
Il nodo della percezione e della trasparenza
Al di là degli esiti delle inchieste in corso, che dovranno accertare eventuali profili di responsabilità nel caso specifico, ciò che emerge con forza è la lacerazione della credibilità dell'istituzione universitaria. Quando dichiarazioni come quelle di Crisanti risuonano come veritiere per una larga parte dell'opinione pubblica, il danno è già fatto. Il rischio concreto è che, al di là dei singoli casi più o meno virtuosi, si consolidi l'idea di un ambiente autoreferenziale, dove la mobilità è bassa e le dinamiche di reclutamento siano opache. È questa percezione, più di qualsiasi sentenza, a minare la fiducia in un pilastro fondamentale della società, rendendo urgente una riflessione non solo sulle norme, ma sui meccanismi applicativi e sui controlli, affinché il merito appaia, sia e venga riconosciuto come l'unico vero criterio di avanzamento.




