Giampaolo e il Lecce, un addio annunciato tra errori e responsabilità
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Redazione Sport
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Le parole pronunciate da Marco Giampaolo a DAZN, dopo il pesante 0-3 contro il Como, hanno il sapore di un congedo. Brevi, essenziali, quasi strozzate: due minuti in cui l’allenatore ha ammesso le proprie colpe, chiedendo di interrompere l’intervista perché «non se la sentiva più». Un tono che tradisce la rassegnazione, ma che non basta a scagionarlo da una crisi profonda, figlia di scelte tecniche discutibili e di una squadra che, fin dall’estate, ha mostrato limiti evidenti.
«L’analisi della partita la sapete fare meglio di me», ha detto Giampaolo, evitando di addentrarsi nei dettagli di un match già compromesso al 50’ dal gol di Goldaniga e dalla doppietta di Diao. «Mi assumo la responsabilità, sono l’allenatore», ha ripetuto, sottolineando il rammarico verso i tifosi – 28.000 allo stadio – e verso il club. Ma le scuse, per quanto sincere, non cambiano i numeri: sette sconfitte nelle ultime otto partite, un solo punto nelle ultime cinque giornate, e una classifica che vede il Lecce quartultimo, appena due lunghezze sopra la zona rossa.
La società, ora, è costretta a riflettere. Se il rendimento disastroso ha radici lontane – a cominciare dal mercato estivo, che ha privato la squadra di elementi decisivi –, è indubbio che Giampaolo non sia riuscito a invertire la rotta. Anzi, le ultime prestazioni hanno accentuato i difetti di un gruppo povero di qualità e di idee, incapace persino di reagire quando il gioco si fa più duro.
Eppure, nonostante le pressioni, l’allenatore ha escluso le dimissioni. «Non sarò qui a cercare giustificazioni», ha ribadito in conferenza stampa, evitando di analizzare le dinamiche della partita. Un atteggiamento che, se da un lato denota onestà intellettuale, dall’altro suona come l’ammissione di un fallimento. Perché se è vero che la squadra ha carenze strutturali, è altrettanto vero che un tecnico viene pagato per trovare soluzioni, non per arrendersi.




