Alta tensione tra Venezuela e Usa, i relatori Onu condannano le azioni americane nei Caraibi
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Redazione Esteri
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Le azioni militari e le minacce di usare la forza armata contro il Venezuela da parte degli Stati Uniti, secondo una presa di posizione netta di tre relatori speciali delle Nazioni Unite, "violano la sovranità del Venezuela" e i principi fondamentali sanciti dalla "carta delle Nazioni Unite". Gli esperti, in un comunicato congiunto che non lascia spazio a equivoci, hanno sottolineato come "queste azioni violino anche l'obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l'uso della forza contro un altro Paese", delineando un quadro di palese illegalità. Una condanna che giunge in un momento di frizione crescente, mentre si moltiplicano le voci su un potenziale inasprimento delle operazioni statunitensi nell'area, le quali, sebbene giustificate ufficialmente con la lotta al narcotraffico, sollevano interrogativi sempre più pressanti sulla loro reale natura.
L'annuncio di Trump e l'aumento della pressione su Maduro
A inasprire ulteriormente il già teso clima diplomatico, è stata la dichiarazione di Donald Trump, il quale ha affermato di aver autorizzato la Central Intelligence Agency a condurre operazioni in Venezuela. Questa mossa, che rappresenta un'escalation clamorosa nella strategia di Washington, aumenta notevolmente la pressione sull'autocrate Nicolás Maduro, il quale, contro ogni pronostico, continua a governare con pugno di ferro il paese dal 2013. Secondo fonti informate, l'agenzia di spionaggio avrebbe già inviato numerosi agenti in America Latina, un dispiegamento di forze che fa pensare a una strategia a lungo termine e multiforme, la quale non si limita alla sola sorveglianza.
La "guerra alla droga" e i raid nel Mar dei Caraibi
Parallelamente, la cosiddetta “guerra alla droga” è tornata con forza al centro della politica estera americana, fornendo una cornice ideologica a una serie di interventi militari. L'amministrazione Trump ha infatti lanciato missioni specifiche per colpire le imbarcazioni sospettate di traffico di stupefacenti, operazioni che, stando alle ricostruzioni, hanno spesso preso di mira navi venezuelane e provocato decine di morti. Questi raid nel Mar dei Caraibi, se da un lato vengono presentati come necessari per la sicurezza continentale, dall'altro alimentano dubbi profumati sulla loro effettiva legittimità e sul confine, sempre più labile, che separa le legittime esigenze di sicurezza da un puro e semplice abuso di potere su scala internazionale.
Un copione storico che si ripete
Del resto, la storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e l'America Latina è costellata di simili "attenzioni", le quali hanno assunto nel corso del Novecento le forme più disparate. Si va dal golpe in Guatemala nel 1954, orchestrato dalla Cia per proteggere gli interessi commerciali della United Fruit Company, al sostegno più o meno palese accordato ai regimi militari che hanno insanguinato il Cile, l'Argentina e il Brasile, passando per l'addestramento di squadre paramilitari in Centroamerica. In ognuno di questi frangenti, la giustificazione pubblica era immancabilmente la stessa: contenere la minaccia del comunismo e difendere la libertà, un mantra che oggi sembra riecheggiare, seppur con terminologie aggiornate, nelle azioni intraprese nella regione caraibica.




