Il petrolio vola a New York e Londra, l'allarme del Qatar e l'incognita inflazione dopo il blocco in Medio Oriente
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Redazione Economia
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La danza dell'oro nero, in queste ore, ha subito un'accelerazione che non si vedeva da decenni, trascinando con sé i timori di una ripresa dell'inflazione e mettendo a dura prova qualsiasi tentativo, anche quello della Casa Bianca, di mantenere un minimo di stabilità sui mercati. I numeri, del resto, parlano chiaro: il greggio West Texas Intermediate, quotato a New York, ha letteralmente sfondato il muro dei novantuno dollari al barile venerdì, con un balzo superiore al tredici per cento nell'arco di una sola seduta, mentre il Brent di Londra, riferimento per i mercati europei, si è attestato ben oltre la soglia dei novantadue dollari, segnando un +9,6%. A rendere l'idea della portata del fenomeno è il dato settimanale: un +35% per il Wti, un rialzo che i mercati non assorbivano dal lontano 1983.
Le ragioni di questa impennata vanno cercate nell'escalation militare che ha investito il Medio Oriente, una regione che, nonostante gli sforzi di diversificazione energetica, rimane il cuore pulsante dell'approvvigionamento mondiale. Il blocco de facto dello stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale, ha innescato una reazione a catena. Il ministro dell'Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, in un'intervista rilasciata al Financial Times, ha dipinto uno scenario a tinte fosche, paventando il rischio concreto che l'export di greggio dall'intera area del Golfo possa subire interruzioni prolungate, con conseguenze potenzialmente devastanti per le economie importatrici. È un allarme, il suo, che aggiunge benzina sul fuoco di una speculazione già galoppante, e che spinge i prezzi verso livelli che molti analisti, solo poche settimane fa, ritenevano impensabili.
I mercati chiudono, le piattaforme crypto spiiano il rischio
C'è un dettaglio, però, che rende questa crisi diversa dalle precedenti, e riguarda gli strumenti con cui si monitora il polso della paura. Quando i mercati tradizionali, quelli regolamentati, abbassano le saracinesche nel weekend o nelle ore notturne, l'attività non si ferma: si sposta semplicemente altrove. È il caso di Hyperliquid, una piattaforma di scambio di criptovalute che ha recentemente introdotto contratti perpetui legati al prezzo del Brent, diventando di fatto una finestra spalancata sul sentiment globale in tempo reale. Qui, trader di ogni parte del mondo continuano a comprare e vendere, prezzando il rischio geopolitico senza soluzione di continuità. Un fenomeno, questo, che se da un lato offre una trasparenza inedita, dall'altro amplifica la volatilità, creando un circuito di informazioni parallelo che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo da parte delle autorità monetarie.
Le conseguenze di questa corsa, però, non sono relegate ai soli schermi delle piattaforme finanziarie. L'aumento del greggio si tradurrà, con il consueto effetto ritardo, in un rincaro delle bollette e del prezzo della benzina alle pompe, andando a colpire direttamente i consumatori e le imprese. È un meccanismo ben noto, che riaccende il timore di una fiammata inflazionistica proprio mentre l'economia globale cercava faticosamente una stabilizzazione. Per l'amministrazione americana, guidata da Donald Trump, la situazione è particolarmente spinosa: il presidente, che aveva basato parte della sua comunicazione sulla promessa di un'energia a basso costo, si trova ora a dover fare i conti con una variabile, quella del prezzo del petrolio, che appare sempre più difficile da governare con i soli strumenti della politica interna.
Gli effetti a catena sull'economia globale
L'impennata del greggio, infatti, arriva in un contesto già fragile. Se i prezzi dovessero mantenersi su questi livelli, o peggio, continuare a salire, l'onda d'urto si propagherebbe ben oltre il settore energetico. Il costo del denaro, già elevato, potrebbe subire nuove pressioni al rialzo, con le banche centrali costrette a riconsiderare le proprie politiche monetarie per evitare che l'inflazione, importata attraverso il carburante, si radichi nell'economia reale. È un circolo vizioso: un dollaro forte, tipico delle fasi di incertezza, da un lato aiuta a contenere il costo delle importazioni, ma dall'altro penalizza le esportazioni americane, creando un ulteriore grattacapo per la crescita.
A contribuire al clima di incertezza è anche l'interruzione delle forniture dall'Iraq, che avrebbe già ridotto la produzione di circa un milione e mezzo di barili al giorno, una quantità non trascurabile se paragonata ai consumi globali. Nel frattempo, Washington ha concesso una deroga di trenta giorni all'India per l'acquisto di greggio russo, una mossa tampone che però rivela tutta la difficoltà di trovare soluzioni strutturali a una crisi che appare, giorno dopo giorno, sempre più profonda. E mentre i leader mondiali cercano una mediazione, il prezzo del gas naturale, che in Europa viaggia ormai stabilmente sopra i cinquanta euro al megawattora, aggiunge un ulteriore tassello a un puzzle energetico che si fa di ora in ora più complesso da risolvere.




