Sanremo 2026, il cast di Carlo Conti tra esordi assoluti e ritorni
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Redazione Interno
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Carlo Conti ha orchestrato, come un direttore d’orchestra, una selezione che supera le attese, portando a trenta gli artisti chiamati a calcare il palco dell’Ariston per l’edizione del Festival di Sanremo 2026, un numero che eccede il consueto tetto dei ventisei e che scaturisce da un’attenta valutazione dei trecento brani pervenuti. Una scelta, questa, che disegna un affresco volutamente ampio e composito, dove convivono storie musicali profondamente eterogenee, alcune delle quali approdano per la prima volta alla ribalta nazionale della kermesse canora. Tra gli esordi più significativi spicca quello di Tommaso Paradiso, il quale, nonostante la lunga e consolidata esperienza con i Thegiornalisti, non aveva mai varcato la soglia del festival né con il gruppo né in veste solista, portando ora in gara il suo personale pop d’autore, un genere che si caratterizza per un taglio marcatamente nostalgico e il cui debutto sanremese coincide, non a caso, con un ritorno alle origini dopo un periodo di assenza dalle scene.
Le scelte psichedeliche e l'equilibrio del cast
Accanto ai nomi più noti, Conti ha voluto infondere una “quota di lisergica creatività”, inserendo nel cartellone figure meno familiari al grande pubblico, una mossa che sembra dettata dal desiderio di sorprendere e forse anche di divertirsi a pregustare lo stupore di chi, ascoltando gli annunci al Telegiornale, si sarà domandato l’identità di alcuni partecipanti. Questa operazione, tuttavia, se da un lato arricchisce la proposta musicale con nuovi colori, dall’altro introduce un elemento di discontinuità rispetto alla tradizione, sollevando interrogativi sulla capacità del festival di mantenere intatta quella magia che per decenni lo ha reso un “armistizio musicale” per l’intera nazione. Il palco dell’Ariston, che per generazioni è stato non una semplice vetrina ma un vero e proprio tempio della memoria collettiva, sembra oggi dover bilanciare la sua intrinseca responsabilità culturale con l’esigenza, forse, di rinnovarsi, un compito delicato che il conduttore toscano sta affrontando con le sue scelte talvolta audaci.
La presenza toscana e il ritorno di Conti
Non sfugge, in questo mosaico di voci, una marcata impronta toscana, un accento che ritorna con una certa regolarità nelle edizioni da lui curate e che questa volta si materializza attraverso la presenza di artisti come Masini e Nigiotti, oltre che dello stesso Conti, fiorentinissimo e tifoso viola, che disegna per la seconda volta, dopo il triennio 2015-2017, l’affresco canoro più popolare d’Italia. Il suo ritorno alla guida della manifestazione, sancito da quest’anno, sembra dunque voler ripristinare un legame con un periodo considerato di successo, cercando di replicare quella formula che seppe tenere insieme un pubblico vastissimo e trasversale.
Il festival tra memoria e rinnovamento
La composizione del cast, con il suo mix calcolato di volti nuovi, artisti dal percorso consolidato e ritorni attesi, delinea pertanto una strategia precisa, tesa a coniugare la necessaria innovazione con il rassicurante richiamo della tradizione. Il festival, che in passato è riuscito a funzionare da potente collante nazionale, quasi una “settimana santa” laica di tregua e condivisione, si appresta dunque a vivere una nuova edizione il cui esito sarà determinato proprio dalla capacità di questi trenta interpreti di rappresentare, con le loro storie e le loro canzoni, le diverse anime di un paese che ancora si riconosce in quella vetrina.




