Cuba negozia con gli Stati Uniti, a Washington il grande vincitore è Marco Rubio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i riflettori della comunità internazionale restano puntati sull’escalation militare nel Golfo Persico e sul conflitto che coinvolge l’Iran, dall’altra parte del mondo si consuma una partita geopolitica di portata storica, destinata a riscrivere gli equilibri nei Caraibi. Il governo de L’Avana, attraverso la voce del presidente Miguel Díaz-Canel, ha rotto un silenzio durato settimane per confermare ufficialmente l’avvio di un negoziato con l’amministrazione Trump. Una ammissione, quella del leader cubano, arrivata durante un intervento in televisione e in una successiva conferenza stampa, che ha il sapore amaro di una resa dettata non tanto da una volontà politica di apertura, quanto dalla morsa letale di una crisi energetica senza precedenti. Da oltre tre mesi, come è stato ribadito dalle stesse autorità, non entra una goccia di petrolio nell’isola, un collasso degli approvvigionamenti che ha portato a razionamenti elettrici di venti ore al giorno e al tracollo della già fragile rete di distribuzione alimentare.

A orchestrare questa pressione, che ha portato La Habana al tavolo delle trattative, c’è la mano pesante di Marco Rubio. Il Segretario di Stato, figlio di esuli cubani, ha scommesso l’intera sua carriera politica sull’antagonismo al regime castrista, e oggi può raccogliere i frutti di quella linea dura. È stato lui, del resto, l’architetto della strategia che ha portato alla capitolazione del Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio ad opera di forze speciali statunitensi. Quell’operazione, spacciata per un intervento lampo, ha di fatto strangolato la principale fonte di sostentamento energetico di Cuba, interrompendo i flussi di greggio sovvenzionato che tenevano in vita il sistema industriale e civile dell’isola. Senza quel petrolio, e con le minacce di dazi a chiunque osasse rifornire L’Avana, il cerchio di Rubio si è stretto inesorabilmente attorno al governo di Díaz-Canel.

Il negoziato e lo spettro di un accordo sullo stile venezuelano

Le indiscrezioni che filtrano dagli ambienti diplomatici, seppure non confermate ufficialmente dalla Casa Bianca, dipingono uno scenario che va ben oltre una semplice distensione. Le fonti citate da testate come Usa Today parlano di contatti riservati, condotti non solo dai canali ufficiali, ma anche attraverso intermediari inaspettati. Il nome che circola con insistenza è quello di Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’ex presidente Raúl Castro, un uomo d’affari di quarantun anni visto a Washington come un possibile interlocutore più pragmatico e orientato al business rispetto alla vecchia guardia rivoluzionaria. Si tratterebbe, in sostanza, dell’applicazione del modello già sperimentato a Caracas: non un brusco cambio di regime, con le sue incognite e la sua imprevedibilità, ma una transizione negoziata che garantisca continuità ad alcune élite, sacrificando i leader più esposti e ideologizzati. In questo quadro, il futuro di Miguel Díaz-Canel apparirebbe appeso a un filo, con la sua uscita di scena che potrebbe diventare una delle condizioni implicite per qualsiasi intesa economica che riguardi la gestione dei porti, dell’energia e di una parziale riapertura del turismo statunitense.

La protesta nelle strade e la reazione del Partito

Sullo sfondo di queste trame diplomatiche che si dipanano a migliaia di chilometri di distanza, la realtà cubana è fatta di blackout e di code per un pezzo di pane. La tensione, repressa per anni, ha iniziato a manifestarsi in forme sempre meno timorose. Nella provincia di Ciego de Ávila, precisamente nella città di Morón, un gruppo di manifestanti ha preso d’assalto la sede municipale del Partito Comunista. Partita come una protesta pacifica contro i tagli di corrente, la folla ha sfondato le porte dell’edificio, gettando dalle finestre mobili, quadri e materiale di propaganda per poi dare fuoco al tutto in un falò improvvisato in strada. Episodi del genere, rarissimi a Cuba, segnano un punto di rottura. Lo stesso Díaz-Canel è intervenuto sulla piattaforma X, promettendo che non ci sarà impunità per atti di vandalismo, pur riconoscendo che i continui black-out generano risentimento tra la popolazione, un disagio che ha subito attribuito all’inasprimento del blocco statunitense.

Le condizioni sul tavolo tra prigionieri e forniture energetiche

Nel tentativo di riequilibrare un tavolo negoziale dove siede dalla parte di chi non ha più carte da giocare, L’Avana ha mosso qualche pedina. È stata infatti confermata la liberazione di 51 detenuti, un gesto negoziato con la mediazione del Vaticano che ricorda da vicino le mosse compiute nel 2014 in vista del disgelo con l’amministrazione Obama. Organizzazioni umanitarie, però, invitano alla cautela: se da un lato si rilasciano prigionieri politici, dall’altro continuano gli arresti tra i manifestanti scesi in piazza in questi giorni. Resta sul piatto, come contropartita principale richiesta da Washington, la necessità che Cuba interrompa definitivamente il suo ruolo di rifugio sicuro per dirigenti venezuelani e altre figure considerate nemiche dagli Stati Uniti. La partita, insomma, è aperta, ma con il blocco navale e petrolifero che continua a stringere, il tempo per Díaz-Canel e per la leadership storica della rivoluzione sembra essersi quasi esaurito.

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