Condannato a Tripoli l'ex comandante del carcere di Mitiga: 7 anni e 4 mesi per torture
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Redazione Interno
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Il tribunale penale di Tripoli ha inflitto una condanna a 7 anni e 4 mesi di reclusione nei confronti di Osama Najeem Almasri, l'ex comandante del carcere di Mitiga, al centro di un vivace contenzioso diplomatico tra il governo italiano e la Corte penale internazionale che ha tenuto banco nei primi mesi del 2025.
Il verdetto, reso noto domenica scorsa dalla stampa locale e riportato dalle agenzie internazionali, rappresenta un primo, significativo capitolo giudiziario per l'alto ufficiale libico, accusato di aver commesso violenze sistematiche ai danni dei detenuti sotto la sua giurisdizione. Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno disposto anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della condanna e per un ulteriore anno successivo, una sanzione accessoria che incide pesantemente sullo status dell'imputato.
L'inchiesta della procura libica
Il procedimento penale che ha portato alla condanna di Almasri è stato avviato dalla Procura generale libica in seguito alla raccolta di numerose denunce presentate da ex detenuti e familiari delle vittime, che hanno ricostruito un quadro di soprusi e trattamenti degradanti all'interno del centro di detenzione di Mitiga.
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, le violenze sarebbero state perpetrate ai danni di almeno dieci reclusi, con episodi di tortura fisica e psicologica che avrebbero determinato condizioni di vita disumane e, in un caso specifico, avrebbero addirittura causato il decesso di un soggetto ristretto a causa dei maltrattamenti subiti. Le autorità giudiziarie libiche hanno quindi ritenuto sussistenti gli estremi del reato, riconoscendo l'ex comandante colpevole di aver violato in maniera reiterata i diritti fondamentali delle persone private della libertà.
La vicenda giudiziaria e l'arresto a Torino
La figura di Osama Najeem Almasri era già balzata agli onori della cronaca internazionale il 19 gennaio 2025, quando venne fermato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale, che lo riteneva responsabile di crimini contro l'umanità commessi in Libia.
Quell'arresto, tuttavia, ebbe una durata brevissima, poiché l'ufficiale libico venne rilasciato e immediatamente rimpatriato nel suo paese a bordo di un volo di Stato italiano, una decisione che suscitò forti polemiche politiche e giudiziarie e che ancora oggi richiede spiegazioni da parte dell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
La mancata convalida del fermo e il repentino trasferimento in Libia hanno sollevato interrogativi circa il rispetto degli obblighi internazionali assunti dall'Italia nei confronti della Corte penale internazionale, alimentando un acceso dibattito nelle sedi diplomatiche e tra gli organi di stampa europei.
La condanna emessa a Tripoli
La pronuncia del tribunale di Tripoli, che arriva a distanza di mesi dai fatti contestati e dopo un'istruttoria condotta dalle autorità giudiziarie libiche, rappresenta il primo atto formale di condanna nei confronti dell'ex comandante per le torture inflitte ai detenuti, anche se la vicenda processuale si svolge interamente in Libia e non incide direttamente sulle richieste di estradizione avanzate dalla Cpi.
La sentenza stabilisce che Almasri dovrà scontare una lunga pena detentiva e subirà per tutto il periodo di reclusione, e per un anno ulteriore, la decurtazione dei diritti civili, una misura che lo priva di molte facoltà giuridiche e che rende la sua posizione all'interno del sistema penitenziario libico particolarmente delicata.
Restano tuttavia aperti i fronti internazionali legati al mancato trasferimento alla Corte penale internazionale, mentre il governo italiano, su cui grava ancora la responsabilità politica di quel rilascio, si trova a dover gestire le ripercussioni di una scelta operativa che potrebbe avere conseguenze durature sul piano giudiziario e delle relazioni esterne.




