Borse in rialzo sull’onda della tregua, il petrolio scende in attesa del via libera di Trump

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ECONOMIA

Redazione Economia Redazione Economia   -   La tregua che per sessanta giorni dovrebbe tenere lontani i cannunci dallo Stretto di Hormuz, e che soprattutto potrebbe riaprire il transito delle petroliere in quel passaggio fondamentale per i rifornimenti globali, è l’artefice di un nuovo, brillante, exploit dei listini mondiali. quifinanza +2

L’accordo, raggiunto dai negoziatori di Stati Uniti e Iran, aspetta ancora la firma decisiva di Donald Trump – il quale, secondo fonti vicine alla trattativa, si sarebbe preso qualche giorno per riflettere – ma ciò non ha impedito agli investitori di lanciarsi in una ridda di acquisti che ha spinto il Ftse Mib di Piazza Affari a riagganciare, seppur timidamente, la soglia psicologica dei 50mila punti. quifinanza +2

Dall’altra parte del mondo, e parallelamente a questa corsa al rialzo, si assiste a una discesa altrettanto sostenuta del prezzo del greggio: il Brent, che solo poche settimane fa sembrava inarrestabile, ha accelerato la sua ritirata verso i 92 dollari al barile, regalando al mercato un sospiro di sollievo collettivo che però, viene sottolineato dagli analisti, deve ancora fare i conti con la concretezza dei fatti. agenziagiornalisticaopinione +2

La molla psicologica del mercato

Non si tratta, evidentemente, solo di numeri o di flussi finanziari, bensì di un’aspettativa radicata: la volontà di uscire dall’incertezza di questi tre mesi di conflitto sembra aver preso il sopravvento sulla prudenza.

I listini asiatici, per la precisione Tokyo, Seul e Taiwan, hanno archiviato la seduta con incrementi superiori al 2%, trainati dall’entusiasmo per i produttori di chip e dalle speranze di una distensione diplomatica. quifinanza +2

Sydney ha fatto segnare un +1%, mentre Hong Kong ha proceduto con maggiore cautela e Shanghai, unica nota stonata, ha subito una flessione.

È in questo contesto, carico di ottimismo ma ancora privo delle certezze giuridiche del documento finale, che si inserisce la seduta europea: Parigi, Francoforte e Londra viaggiano tutte in territorio positivo, sebbene con percentuali di crescita più contenute rispetto alle controparti asiatiche, come se il vecchio continente attendesse la firma di Trump per mollare definitivamente gli ormeggi. agenziagiornalisticaopinione +2

Petrolio in caduta e l’incognita inflazione

Il memorandum, i cui dettagli sono trapelati attraverso i media internazionali, prevede che Teheran si impegni a rimuovere le mine nello Stretto entro trenta giorni e a non vessare le navi commerciali; dall’altra parte, Washington allenterebbe gradualmente il blocco navale.

In cambio di questa distensione, l’amministrazione Trump chiede però garanzie concrete sul programma nucleare iraniano, a partire dalla cessione dell’uranio arricchito. quifinanza +2

Il calo del prezzo del greggio, che a maggio ha segnato una flessione del 18% – la più pesante dal marzo del 2020 – è la reazione più evidente a queste trattative.

Tuttavia, non bisogna dimenticare, come alcuni strateghi ricordano, che i prezzi si mantengono ancora su livelli storicamente alti (superiori a quelli pre-bellici) e che la semplice prospettiva di un accordo non basterà a smaltire la spinta inflazionistica accumulata in questi mesi, un tema che tiene banco (e non poco) anche tra i gestori di Wall Street. quifinanza +2

Il dettaglio dei listini e la giornata a Piazza Affari

Proprio nell’ultima seduta di maggio, quindi, Milano si è mossa all’unisono con gli altri listini di Eurolandia. A spingere il Ftse Mib, oltre al clima generale, sono stati in particolare i titoli bancari – con Mediobanca e Mps in evidenza – mentre il settore automobilistico, con Stellantis e Ferrari, ha confermato la sua solidità. quifinanza +2

In controtendenza assoluta, invece, si sono mossi i titoli petroliferi: Eni ha sofferto la discesa del greggio, così come Saipem e Tenaris, penalizzate da un rincaro delle materie prime che paradossalmente, in questa fase di transizione, rappresenta un costo. Prysmian ha invece pagato il timore di una carenza di alluminio, conseguenza indiretta del blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. ilsole24ore +2

Sul fronte valutario, l’euro si è mantenuto stabile intorno a 1,1650 dollari, in un mercato che osserva con attenzione le mosse della Federal Reserve, inevitabilmente condizionata da questi venti di guerra ancora caldi. ilsole24ore +2

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