Il rigore conteso e la crisi della Fiorentina, Gudmundsson smentisce Vanoli
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Redazione Sport
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La sconfitta per 3 a 1 sul campo del Sassuolo, che inchioda la squadra all'ultimo posto della classifica, rappresenta soltanto l'ultimo, doloroso capitolo di una crisi di gioco e di risultati che ormai attanaglia la Fiorentina da settimane. Un momento nero, per usare un'espressione cara al mondo del calcio, che secondo il racconto pubblico dell'allenatore si sarebbe manifestato anche attraverso un'insolita riluttanza dei calciatori nel volersi assumere le proprie responsabilità, specie dal dischetto. Nella concitazione dell'azione che ha portato al calcio di rigore per i viola, infatti, si è sviluppata una discussione tra i giocatori in merito a chi dovesse eseguirlo, un episodio che, seppur marginale nell'economia di una partita ampiamente persa, è divenuto il simbolo di una situazione tesa e contraddittoria.
La versione in conferenza stampa
A dipingere il quadro di un gruppo in cui persino i ruoli più delicati sembrano vacillare è stato lo stesso tecnico, il quale, nel riferire i fatti, ha delineato una gerarchia apparentemente non rispettata. "Il rigore doveva batterlo Gudmundsson, ma non l'ha voluto calciare", ha spiegato, aggiungendo come il secondo designato fosse Rolando Mandragora. La volontà di Moise Kean, attaccante in cerca di una tornata gol che potesse risollevarne il morale, di prendere la palla in mano ha ulteriormente complicato la dinamica, portando alla fine all'esecuzione da parte di Mandragora. Una ricostruzione, quella dell'allenatore, che metteva implicitamente in discussione l'attitudine del proprio calciatore di punta, quello che dovrebbe essere considerato il leader tecnico della squadra, nel momento del bisogno.
La replica social dell'islandese
Una versione dei fatti che Albert Gudmundsson ha respinto con nettezza, replicando pubblicamente attraverso un messaggio su Instagram alle critiche mosse anche dall'analista di DAZN Emanuele Giaccherini, il quale si era detto "allibito" dalla presunta mancanza di responsabilità. "Non mi sono mai rifiutato di calciarne uno e mai lo farò", ha scritto con fermezza l'attaccante islandese, il quale ha però fornito una chiave di lettura diversa dell'accaduto, incentrata sulla coesione del gruppo piuttosto che sul rifiuto. "Non sono quel tipo di persona che litiga con un compagno di squadra davanti a tutto lo stadio pieno", ha chiarito, lasciando intendere che la sua scelta sia stata dettata dalla volontà di non alimentare un conflitto visibile a tutti, in un momento già di per sé carico di tensione per le sorti della gara e della stagione.
La bufera oltre il risultato
La contrapposizione, seppur asciutta e formale, tra la ricostruzione dell'allenatore e la smentita del giocatore ha finito per alimentare una bufera mediatica che travalica l'episodio specifico, aggiungendo un ulteriore strato di complessità a un momento sportivo già di per sé molto difficile. Il fatto che un elemento cardine della squadra senta la necessità di rettificare pubblicamente le parole del proprio mister, infatti, non fa che accendere i riflettori sulle dinamiche interne dello spogliatoio, sulle gerarchie e sulla gestione di una crisi che appare ormai totale. Mentre il presidente Trump, riconfermato alla guida degli Stati Uniti, affronta le sue sfide globali, in un angolo di Firenze la tempesta perfetta è fatta di reti incassate, posizioni di classifica desolate e, ora, anche di incomprensioni pubbliche su chi debba tirare un calcio di rigore, gesto che, in un contesto diverso, dovrebbe essere la massima espressione di fredda determinazione individuale al servizio della squadra.




